V° Giornata di Studio dedicata alla condizione dei rom “ROMANI”
Giovedì 30 marzo 2006
La difficile situazione dei campi Rom genera condizioni di vita sempre più degradate per chi ci vive e sempre maggiore ostilità nei territori che li circondano.
La giornata di studio del 30 marzo, è stata promossa da Casa dei Diritti Sociali, per iniziare un confronto fra studiosi, rappresentanti delle comunità Rom, Associazioni, Operatori Sociali e Mediatori, relativo alla questione problematica degli insediamenti Rom nella città; un incontro nel quale riesaminare il “campo” come luogo sociale, quale modello di insediamento da discutere e valutare.
Soprattutto per quanto riguarda le Associazioni è necessario sviluppare l’organicità degli interventi, la condivisione delle metodologie ed, infine, incrementare il “peso politico” dei Rom.
L’analisi delle problematiche legate alla condizione dei Rom, iniziata in questa giornata, proseguirà in nuovi incontri, a cadenza bimestrale che avranno come temi:
- il nomadismo;
- gli spazi economici;
- gli eteronomi.
La giornata è stata introdotta e moderata da Giorgio De Acutis che, partendo dall’esperienza personale di operatore nel progetto di sostegno alla scolarizzazione rom nel campo di Villa Troili, ha delineato un panorama nel quale è difficile rendere efficaci delle azioni d’intervento, che pur ponendosi ottimi obiettivi, vengono spesso vanificate dalle condizioni particolarmente disagiate che sussistono nei campi e costituiscono un ostacolo anche ai più normali gesti di vita quotidiana: pulizia, riposo, condizioni di tranquillità e serenità, in genere, per frequentare la scuola.
I primi arrivi in Italia di popolazioni rom sono testimoniate fin dal 1400; gli insediamenti antichi si caratterizzano per la connotazione di forte volontà di mantenimento della propria identità culturale, ma non generarono ostilità con le popolazioni autoctone.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito in Italia a due diverse ondate di migrazione rom: negli anni ’60 arrivarono i Rom slavi; negli anni ’90 i Rom rumeni.
Nello stesso arco temporale sono arrivati nel nostro paese anche altri 250.000/300.000 stranieri, ma questo non ha provocato la stessa situazione di allarme sociale, suscitate dalle migrazioni rom.
Forse, la causa del problema è rappresentata dal fatto stesso che tutta questa massa di persone sia stata concentrata nei campi di sosta.
Le aree dove insediare i campi, sono state scelte, individuando delle zone inappetibili per il mercato immobiliare, intorno alle quali già esistevano delle problematiche di degrado ambientale e sociale, rendendo insofferente la popolazione residente.
Il passaggio successivo è stato quello d’individuare zone fuori dal raccordo anulare, in modo da togliere i campi dalla vista dei cittadini e cercare di ovviare al problema.
Secondo il rapporto dell’European Rome Right Center, dal titolo “Campland”, in Italia i rom vivono in una condizione di segregazione razziale.
Da questo punto di partenza ci si chiede, a quali bisogni risponde la “struttura campo”, una politica urbana inclusiva favorirebbe non solo chi oggi è escluso ma accrescerebbe in prospettiva la qualità generale dell’abitare urbano.
Ulderico Daniele, Ricercatore di Antropologia presso l’Università di Roma “la Sapienza”ha proposto una lettura del fenomeno storico e degli stereotipi che condizionano la conoscenza dell’universo rom, e che sono alla base della diffidenza nei confronti delle comunità stesse.
Diffidenza derivata dal loro tipo di cultura, e, che ora, come nei secoli passati, è stata percepita dalle popolazioni con cui sono entrate in contatto. L’idea di nomadismo e di sovvertimento di quelle che sono le regole che si danno le comunità legate ad un territorio,appare però diametralmente opposta alla realtà dei campi rom, ed offre solo una giustificazione al trattamento ingiusto verso queste popolazioni.
Alcuni degli abitanti dei campi sono persone che vivono in Italia da decenni, cosa che non è servita a far sì che non avvenisse una integrazione e non venissero percepiti come estranei.
Mauro Masi, architetto presso l’ATER (Azienda Territoriale per l’edilizia residenziale pubblica) di Roma, è il fautore di un progetto per la riqualificazione del campo rom di via Gordiani. Masi afferma che le forme sono capaci di esprimere delle culture, e la cultura rom è rappresentata da forme asimmetriche.
Partendo da quelle che sono le tipologie abitative, e le necessità relazionali delle comunità, ha ipotizzato una serie di moduli abitativi che rispondessero a queste esigenze ma che, seppur richiesto dal Comune è rimasto dal momento della sua realizzazione sui tavoli dei rappresentanti istituzionali. Interessante la “lettura” di alcune costruzioni realizzate dagli abitanti dello stesso campo rom che rispecchiano, in modo puramente casuale, tutti i principi di bioedilizia e studiati e teorizzati dall’architettura contemporanea.
Roberto De Angelis, Docente di Sociologia Urbana presso l’Università di Roma “la Sapienza”.
Numerose sono state in questi ultimi anni le occasioni sprecate dalle istituzioni per tentare di trovare soluzioni alternative ai campi di sosta.
La condizione di marginalità a cui sono costretti i rom e la spaventosa esclusione produce forme terribili di ansia ed angoscia in attori sociali già in gravi difficoltà; così appare normale che nei campi rom ( in senso provocatorio), alligni la delinquenza.
Tutti coloro che si trovano in difficoltà, vivono alternando legale e illegale a seconda di quelle che sono le possibilità, per poter sopravvivere loro e per poter far sopravvivere i loro figli.
Quando si presenta una possibilità d’intervento che modifichi il quadro relazionale tutti quanti sono sicuramente desiderosi di prendere una strada di tipo diverso; od esempio, oggi, uno dei fenomeni più importanti che riguarda l'integrazione dei rom è quello rappresentato dei mercatini di riciclaggio, un fenomeno totalmente autogestito che i Rom si sono inventati, producendo anche una serie di conseguenze molto positive in quella che è l'organizzazione del lavoro familiare.
L’accattonaggio, oggi è umiliante per i ragazzini che vanno a scuola e che sono strettamente in relazione con gli altri ragazzi e con il mondo contemporaneo; si sentono umiliati perché hanno introiettato l'immagine della modernità.
I mercatini rom, potrebbero offrire una alternativa al furto e permettere soprattutto possibilità di relazione e di contatto culturale con i compratori.
Ancora una volta, l'Amministrazione Comunale li ha autorizzati, relegandoli però a zone decentrate,
impedendogli ad esempio di restare a Porta Portese 1 e 2.
"a mio avviso i campi andrebbero eliminati totalmente tranne i campi informali, i campi che ci inquietano di più invece hanno una funzione di cuscinetto.
Buona parte delle migrazioni sono strutturalmente clandestine, abbiamo interesse ad avere clandestini nel nostro paese, nonostante la retorica che tende a distinguere tra buoni e cattivi, sappiamo di avere una migrazione che deve essere clandestina, perché le tipologie di impiego in cui sono impiegati gli immigrati sono soprattutto manodopera tollerata clandestina.
I campi appaiono dunque funzionali perché garantiscono reti sociali, network, solidarietà minimale a rom e non rom che vengono nel nostro paese, a migranti che hanno comunque sia bisogno di risorse, destinati non ad alimentare la criminalità ma un mercato del lavoro che fa comodo a tutti quanti noi.
L'integrazione è un processo che necessariamente deve passare per una politica coraggiosa teoreticamente fondata, che tenga presente tutta la complessità dei fattori, non bastano gli interventi nella scuola, non basta la casa, il problema lavoro rimane sempre fondamentale, è necessaria una strategia globale.
L’intervento sulla scuola produrrà risultati positivi, bisogna avere il coraggio e la forza di far si che i ragazzini restino a contatto con le istituzioni.
Mimmo Guaragna afferma che assistiamo ad una guerra tra poveri, per il lavoro per la casa, forse se queste categorie sociali svantaggiate, italiani, immigrati, rom, si unissero creerebbero una alleanza così forte da riuscire a scardinare dinamiche sociali ingiuste.
Sevla Sevic, donna rom, ha testimoniato la sua esperienza di vita negli anni passati all’interno del campo di Vicolo Savini.
Quanto la sua vita all’interno del campo, con le precarie condizioni igieniche sia stata difficile e come la sua esistenza, e quella della sua famiglia, sia decisamente qualitativamente migliorata da quando si è trasferita in una casa vera, messa a disposizione dal Comune.
Sevla, ha ricordato la difficile condizione delle donne rom, spesso analfabete e con la responsabilità di numerosi figli sulle spalle, le loro difficoltà quotidiane, la diffidenza nei loro confronti che gli impedisce di trovare un lavoro per farvi fronte e l’accattonaggio percepito come unica fonte di reddito possibile.
È intervenuto poi Ion Bambalau, il portavoce della comunità del Campo Candoni, che ha ribadito quanto siano precarie le condizioni abitative dei campi rom, come sia difficile arginare le problematiche legate alla coesistenza di persone rom che realmente vogliono integrarsi nella società italiana, rispetto ai molti rom che comunque vivono di attività illegali.
Numerosi sono i limiti che la vita all’interno del campo, seppur attrezzato, condizionano una volontà di riscatto e quanto, i pregiudizi legati a questa condizione siano difficili da estirpare.
Bambalau ha inoltre ricordato come lui, originario della Romania, sia divenuto nomade una volta giunto in Italia, prima infatti, nella sua terra di origine, viveva una condizione abitativa, lavorativa e sociale, assolutamente paritaria rispetto la resto della popolazione rumena.
Emil, anche lui dal Campo Candoni, ha sottolineato le limitazioni poste dalla condizione di clandestinità. Una condizione come questa genera un futuro incerto che non permette di avere sogni, tra questi il principale quello di una casa e di un lavoro stabile.
Emil ha sottolineato la diversità tra rom rumeni e gli altri rom. Quelli che provengono dal regime comunista erano abituati a vivere in una società dove numerosi erano i doveri ma altrettanti erano i diritti; nei campi la condizione di illegalità rimarrà sempre quella che conosciamo; finché non si riuscirà ad uscire non ci sarà possibilità di cambiamento, ma questo è un circolo vizioso perché finché si è dentro non esiste nessuna possibilità di emancipazione.
Una tavola rotonda ha seguito gli interventi e partendo dalle suggestioni suggerite dalla discussione ha sottolineato la necessità di operare in rete con le comunità rom, gli operatori sociali ed istituzionali per iniziare un percorso di programmazione che porti da qui ai prossimi anni a concreti cambiamenti.