Egitto, un anno dopo Mubarak

09/02/2012 di Redazione
Egitto, un anno dopo Mubarak

Ad un anno esatto dalla rivoluzione che ha portato, l'11 febbraio del 2011, alla cacciata di Hosni Mubarak, l'Egitto è ancora lontano dal vedere affermatala democrazia. Conprofonda amarezza constatiamo che, ad un anno di distanza, e nonostante i sacrifici, pagati anche con la vita da numerosi giovani egiziani, il Paese è ancora lontano dall'ottenere qualche risultato significativo in termini di stabilizzazione politica e rispetto dei diritti umani. La giunta militare, che aveva aiutato il processo rivoluzionario e che si era formalmente insediata al potere subito dopo l'uscita di scena di Mubarak, aveva dato rassicurazioni al Paese e alla comunità internazionale che la sua sarebbe stata una gestione del potere solo transitoria, tesa a favorire la transizione verso la democrazia, in vista delle elezioni e dell'approvazione di una nuova Costituzione. Ma così non è stato e le dichiarazioni d'intenti dello Scaf, il Consiglio Supremo delle Forze Armate, si sono rivelate un inganno. Ecco perché, già dallo scorso novembre, la gran parte dei giovani che avevano partecipato alle mobilitazioni di gennaio, sono stati costretti a fare ritornato e occupare nuovamente piazza Tahrir per il secondo atto della rivoluzione. Il timore di non vedere riconosciuti i principi che avevano ispirato le prime manifestazioni ha generato nuove ondate di protesta, sia in strada che su Internet. Che i processi di transizione verso la democrazia siano lenti e complessi, soprattutto in Paesi dove i partiti di opposizione, le libertà fondamentali e le istituzioni democratiche sono stati annullati e anestetizzati da anni di regime e di repressione, era prevedibile. Ma che l'esercito, inizialmente facilitatore della transizione, non si facesse da parte, lo era un po' meno. La giunta militare, tra l'altro, oltre a non cedere il potere, sta intensificando pericolosamente le repressioni, gli arresti e le detenzioni arbitrarie, le torture e i processi presso i tribunali militari. Con un'abile manovra, infatti, sono stati estesi i casi in cui i cittadini egiziani possono essere giudicati secondo la legge militare: fino ad oggi più di 14.000 processi, un numero di gran lunga maggiore rispetto ai tempi di Mubarak. Un vero paradosso. Numerosissime sono state le denunce di torture subite dalle persone arrestate e di cui le famiglie molto spesso perdono le tracce, torture a cui si aggiungono violenze sessuali per le donne. Si tratta di manifestanti tornati in piazza per affermare i principi di democrazia e rispetto dei diritti umani o di giovani blogger che sono in prima linea per denunciare sul web le violazioni dei diritti e le contraddizioni del nuovo sistema politico. Purtroppo è un dato di fatto che molte delle rivoluzione scoppiate in Nord Africa e Medio Oriente non hanno portato ai risultati che immaginavamo un anno fa. L'incertezza politica, tra l'altro, è aggravata da un altro elemento che si aggiunge al già complesso scacchiere: il ruolo dell'Islam. È in momenti di transizione come questo, infatti, che fa pericolosamente capolino il fondamentalismo religioso. Lo ha dimostrato la vittoria dei Fratelli Musulmani alle consultazioni per eleggere i membri della Camera bassa in Egitto: il 70% delle preferenze raccolte dalle forze islamiste egiziane (Fratelli musulmani e salafiti) nel secondo turno è il segno che le cose stanno cambiando, ma non nella direzione auspicata dai manifestanti di piazza Tahrir. Un fenomeno simile si è riscontrato in Tunisia e Marocco, e potrebbe verificarsi anche in Libia e altri Paesi dell'area. Questo dato ha portato addirittura qualcuno a ribattezzare la Primavera Araba come "Primavera Islamica". Ciò significa che l'Islam, a differenza di quanto abbiamo creduto noi "osservatori" occidentali, non è stato del tutto assente dalle rivolte arabe. O comunque, di fronte ad un periodo di profonda incertezza, piuttosto che essere governati da forze inesperte e divise al proprio interno, gli egiziani hanno preferito trovare sicurezza nella tradizione religiosa, incarnata in questo caso dai Fratelli musulmani. Il ritorno all'Islam ha rappresentato sicuramente  un passo indietro o, per essere neutrali nel giudizio, uno stravolgimento rispetto ai principi ispiratori della rivoluzione.

A ciò si aggiunga il generale clima di tensione che si continua a vivere nel Paese, come dimostrano le recenti violenze allo stadio di Port Said, in cui oltre 70 persone hanno perso la vita in seguito a degli scontri scoppiati nel corso di una partita di calcio. Questo è il segno evidente di un clima esasperato che rischia di esplodere in ogni momento.

Il dato inconfutabile, in conclusione, è che stiamo assistendo ad una fase storica di cambiamento per i popoli del Nord Africa e del Medio Oriente, meno certo è l'esito che questi processi avranno. Quello che constatiamo ad un anno di distanza dai giorni di Piazza Tahrir, di nuovo invasa da migliaia di egiziani, è che resta ancora molta incertezza circa il futuro politico dell'Egitto. Noi continuiamo a seguire costantemente gli sviluppi di una Primavera che speriamo possa vedere sbocciare democrazia e diritti umani in tutto il Mediterraneo.