La dittatura dei multiplex

23/02/2012 di Redazione
La dittatura dei multiplex

 I fratelli Taviani, con "Cesare deve morire" , si sono aggiudicati l'orso d'oro al festival del cinema di Berlino. Il film è la messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare, girato all'interno del carcere di Rebibbia con i carcerati della sezione di massima sicurezza, ergastolani condannati per delitti di mafia, camorra. Il grande successo dei fratelli Taviani, orgoglio tutto italiano, ha avuto eco ma non quanto meritava. Purtroppo infatti la Berlinale si è svolta in concomitanza con il Festival di San Remo, e così tutti i rotocalchi, i tg, gli approfondimenti tv andavano in un'unica direzione. Che paese è l'Italia? Del resto non stupisce pensare che film ritenuti dai critici capolavori, presentati  e premiati ai festival (Berlino, Venezia, Cannes, ecc. ecc.) è una vera impresa riuscirli a trovare nei cinema. Perché? Esite la dittatura dei mulriplex? Proprio questo è il tema snocciolato nell'articolo comparso su il Corriere della sera il 21febbraio 2011 di Roberto Faenza."Il fiorire delle multisale, diventate il tempio del divertimento giovanile, si accompagna all'emarginazione dei film meno commerciali, privando così gli stessi ragazzi di un confronto con titoli importanti che puntano su impegno e qualità. Da notare che queste sale godono di finanziamenti a fondo perduto e non pochi benefici fiscali dallo Stato. In cambio di cosa? Certo il cinema, incluso quello dei grandi autori, è anche industria. Tuttavia se a dettare legge è solo il lato commerciale, sarà un guaio per tutti. Dichiaro subito di essere interessato perché sta per uscire un mio film e non posso non essere preoccupato. Ci sono nel cinema operatori ai quali poco importa del valore di un film, gente che misura a spanne le pellicole in rapporto ai soldi che possono fare". Il regista continua, "Nell'industria del cinema c'è una lobby potente, che il pubblico non conosce. È quella degli esercenti. Questa categoria ha l'ultima parola sulla «tenitura» di un film, quanto tempo resterà in sala, dunque quanto incasserà. Il guaio è che se un film non monetizza sin dal primo weekend, può anche essere un capolavoro, ma la sua sorte è segnata. Non era così un tempo, quando l'esercizio partecipava ai costi di produzione e aveva tutto l'interesse a difendere lo sfruttamento sino all'ultimo centesimo. Sembra incredibile, ma il luogo principale dove si consuma il «bene» cinematografico non di rado è il più insensibile alla circolazione dei film migliori. Si tratta di una dicotomia insolubile. Ricorda certe storture dell'amore: «Né con te né senza di te». Continua, "Di fronte alla «dittatura» dei multiplex, il cinema pubblico (tra cui Rai e Cinecittà) dovrebbe occupare il terreno rafforzando la sua mission. Il che significa dare un segnale forte per essere presente alla pari, offrendo agli spettatori le stesse opportunità dei film più commestibili. La par condicio vale solo per i politici? Basta fare un paragone con un Paese vicino. In Francia, dove la cultura è tenuta in massima considerazione, un film difficile ma importante come Una separazione, in odore di Oscar, è stato visto da 846 mila spettatori in tutte le sale. Da noi solo da 77 mila in poche sale: i francesi sono undici volte più intelligenti di noi o c'è qualcosa che non va nella nostra distribuzione?"