Anime smarrite, chiesto un risarcimento per 400 mila euro

23/02/2012 di Redazione
Anime smarrite, chiesto un risarcimento per 400 mila euro

Durante la presentazione di "Anime smarrite", rapporto etnografico sul mal-essere psico-sociale che la politica degli sgomberi e dei trasferimenti forzati ha causato sui bambini, sulle donne, sulle famiglie rom, l'associazione "21 luglio" ha dichiarato di aver intrapreso un azione legale contro il comune di Roma.  "Per la prima volta viene per il suo atteggiamento discriminatorio, con la richiesta di un maxi-risarcimento pari a 400.000 euro", afferma  Carlo Stasolla, presidente dell'Associazione. Lo studio fatto dall'Associazione 21 Luglio e dall'Osservatorio sul razzismo e le diversità "M.G. Favara", afferma che la politica di sgomberi del Comune avrebbe provocato sui bambini e sulle donne delle comunità Sinti e Rom, conseguenze che vanno dalle allucinazioni alle emicranie, agli attacchi di panico, ai disturbi dell'apprendimento. Ma non solo, infatti secondo il report, negli ultimi due anni ci sono stati 400 sgomberi, costati 6,5 milioni di euro. La cifra sale a 18 milioni se si considerano anche i trasferimenti forzati. "Oltre a presentare questo studio abbiamo deciso,insieme all'Asgi (Associazione studi giuridici sull'immigrazione), di supportare un azione legale risarcitoria promossa da una famiglia Rom contro il comune di Roma, in cui si sottolinea come il trasferimento di due anni fa dal campo Casilino 900 al 'villaggio attrezzato' di via di Salone abbia impedito ai minori Rom una regolare frequenza scolastica: difficoltà logistiche e scarsa organizzazione hanno privato i ragazzi del loro diritto all'istruzione", dichiara Stasolla. Il risarcimento richiesto è di mille euro al giorno a decorrere dalla prima settimana di febbraio 2010, data del trasferimento in via Salone, per un totale di 400 mila euro. "Il nostro rapporto - dice Annachiara Perraro, ricercatrice dell'associazione 21 Luglio - verte non solo sugli sgomberi, ma anche sui trasferimenti forzati: dimostriamo cioè come il trasferimento delle famiglie Rom in un villaggio attrezzato non rappresenti un miglioramento della qualità di vita". "La logica di villaggi come quello di La Barbuta, che il comune si accinge ad inaugurare -continua la ricercatrice - è quella di proteggere simbolicamente il territorio dal rischio di una presunta contaminazione, come se si trattasse di ghetti".