Caporalato: i Sikh e il loro inferno

08/03/2012 di Redazione
Caporalato: i Sikh e il loro inferno

Tra Roma e la provincia di Latina esiste da anni una comunità numerosa e pacifica, fatta di uomini con la barba e turbanti colorati, pugnali, templi sempre aperti dove è possibile essere accolti con cordialità. Si tratta dei sikh, migranti provenienti dal Punjab, regione nord occidentale dell'India. Generalmente salgono agli onori della cronaca per via delle loro coloratissime feste religiose che invadono le strade e i quartieri della capitale, ma esiste anche un'altra realtà oltre a quella delle feste. Sono storie di ordinario sfruttamento a due passi da Roma, tra i Comuni di Fondi, Latina, Sabaudia, Anzio e Nettuno, che riguardano settemila lavoratori sikh (dodicimila secondo la Cgil). Un altro notevole insediamento è nell'agro romano e nella fascia costiera da Fiumicino verso nord. I membri della comunità sikh laziale sono, infatti, impegnati prevalentemente in agricoltura come braccianti e negli allevamenti: un lavoro durissimo per il quale guadagnano poche centinaia di euro al mese. La piaga del caporalato, che per secoli ha colpito i contadini italiani, soprattutto nel meridione, pare replicarsi nelle campagne laziali con pari crudeltà. Le condizioni di lavoro dei sikh, a volte, rasentano la schiavitù: sono obbligati all'ubbidienza da datori di lavoro che non di rado si fanno chiamare padroni, esigendo per di più che i sikh facciano tre passi indietro e chinino la testa in segno di rispetto nei loro confronti. Vietato mancare un solo giorno di lavoro, anche in caso di malattia, altrimenti salta la paga dell'interno mese o scatta il licenziamento. Alcuni braccianti sikh sono obbligati a tagliarsi la barba, simbolo religioso di grande importanza, solo perché essa infastidisce il padrone. I racconti dei lavoratori punjabi, raccolti dalla Cgil e dalla giornalista del Manifesto Loredana di Cesare, sono da brividi. Le loro buste paga raccontano di pochi giorni di lavoro al mese e di ritardi nei pagamenti anche di nove mesi. «Una situazione pesantissima, ma non possiamo denunciare il nostro datore di lavoro perché la maggior parte di noi è irregolare», raccontano alcuni. Ma anche chi è in regola col permesso di soggiorno non se la passa molto bene giacché i proprietari delle aziende si limitano a pagare al massimo una settimana di contributi. Ribellarsi, anche per motivi culturali, è impossibile e se qualcuno ci prova scattano ritorsioni come la minaccia di licenziamento o, peggio, per gli irregolari, la denuncia alla polizia.  Capita inoltre che il giorno di paga, alcuni di loro vengano attesi sul ciglio della strada da ragazzi italiani che li aggrediscono per rubargli il salario faticosamente guadagnato.La Flai Cgilcerca di organizzare i lavoratori, li informa, li tutela per quanto possibile, mentre Legambiente denuncia da anni quanto accade nella nostre campagne.  I sikh di Sabaudia sono, infatti, consapevoli di essere sfruttati dai loro datori di lavoro ma superano questa ingiustizia spiegando che è stato loro insegnato ad affrontare l'ingiustizia sociale come parte integrante dell' esperienza spirituale e del loro progresso. Se è facile riportare che  uno dei precetti più importanti del Sikhismo sta nella convinzione che la gloria di Dio possa raggiungersi solo attraverso la totale dedizione al lavoro, altrettanto importante è conoscere da vicino questa comunità.