Siria, la situazione continua ad aggravarsi

08/03/2012 di Redazione
Siria, la situazione continua ad aggravarsi

L'esercito siriano ha lanciato un nuovo assalto, martedì 6 marzo, su diverse città, in particolare nella zona di Deraa, culla della rivolta nel sud del Paese. L'attacco è partito dopo le dichiarazioni della Russia, in cui si  affermava di non aver alcuna intenzione di cambiare posizione nei confronti dell'alleato siriano. Sedici persone sono morte nelle violenze, in particolare durante un attacco portato alla città di Hirak nella provincia di Deraa, come ha riferito Osservatorio sui diritti umani siriani (OSDH). Tra le vittime una ragazza e cinque soldati, uccisi in pesanti combattimenti contro l'esercito siriano libero, l'ASL che conta tra le sue file diversi disertori, come riporta sempre l'organizzazione, che denuncia anche l'uso massiccio di artiglieria contro case e moschee. Inoltre, come riferisce la Ong siriana, l'esercito avrebbe bombardato un ponte nei pressi di Qousseir, nella provincia di Homs, su cui transitano la maggior parte dei rifugiati siriani in fuga verso il Libano. Dopo aver preso, il primo di marzo, Bab Amro, la città quartier generale dei ribelli di Homs, le forze del regime stanno esercitando pressioni su altri bastioni del libero esercito siriano, tra cui, come riferisce "Liberation", Rastane (a20 kmda Homs), città dichiarata "libera" dal 5 febbraio e bombardata regolarmente da allora.  Il Comitato internazionale della Croce Rossa dichiara, inoltre, che sarebbe ancora sospeso il permesso di distribuire aiuti a Baba Amr, località che si trova da un mese sotto l'assedio delle forze governative. Gli abitanti fuggiti, riporta Al-Jazeera, riferiscono di corpi in decomposizione sotto le macerie, fognature esplose che si riversano sulle strade e una campagna di arresti ed esecuzioni. Secondo l'Onu, più di 7.500 civili sarebbero morti nella repressione siriana finora. Intanto si fa sempre più pressante il problema dei rifugiati: circa duemila siriani hanno raggiunto il vicino Libano negli ultimi giorni, fuggendo da un paese piegato dalle violenze. Lo riferisce il portavoce dell'Unhcr, l'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, Fatoumata Lejeune-Kaba. "Non sappiamo quanti siriani sono in Libano. Alcuni stavano anche pensando di tornarsene in Siria. Per il momento non possiamo confermare questa informazione", ha precisato. La maggior parte dei rifugiati sono di Homs, la città teatro delle violenze più gravi. Il 5 febbraio la Unhcr era al confine per assistere con cibo e aiuti la gente in fuga. Molti sono diretti nel nord del Libano, alcuni rifugiati si sono anche riversati nella valle della  Bekaa. Dall'inizio delle violenze in Siria, hanno riparato in Libano almeno settemila persone, diecimila secondo funzionari della sicurezza libanese, e altre migliaia in Turchia. Washington rende noto che, almeno per ora, non ci sarà nessun intervento militare in Siria. Come dichiara Tommy Vietor portavoce della Casa Bianca che privilegia "un approccio diplomatico e politico piuttosto che un intervento militare". Ribadendo poi la metodologia d'azione: "isolare il regime, tagliargli i flussi di denaro, spingere l'opposizione ad unirsi sotto un chiaro piano di transizione".  Intanto i membri del consiglio di Sicurezza dell'Onu e il Marocco si sono incontrati martedì a porte chiuse per discutere di una bozza di risoluzione proposta dagli Usa che sollecita la fine della repressione delle proteste contro Assad e l'ingresso per fini umanitari. Anche i rappresentanti dei 27 Stati europei, che si sono riuniti nel pomeriggio di martedì scorso a Bruxelles, stanno abbozzando eventuali provvedimenti contro Damasco. Sono state già chiuse le ambasciate di Francia e Gran Bretagna e annunciata la chiusura di quella spagnola. L'Unione europea afferma attraverso un portavoce che "vuole restare" con la sua delegazione "per monitorare" la situazione anche "su richiesta dell'opposizione siriana".