Tunisini dispersi, continua la disperazione delle famiglie

26/04/2012 di Redazione
Tunisini dispersi, continua la disperazione delle famiglie

Jannet Rhimi, mamma di Oussam, 19 anni,  si è data fuoco alle 4 di giovedì scorso: un gesto estremo per reclamare notizie di suo figlio, disperso durante la traversata tra la Tunisia e l'Italia. Jannet ha ustioni gravissime sul torace e sulla gola: è stata la cognata a salvarla. Oussam voleva raggiungere il fratello in Europa. E' partito la notte del 29 marzo  2011 per l'Italia assieme ad altri 35 ragazzi su un'imbarcazione di fortuna da una spiaggia vicino Sfax, a sud della Tunisia. Da allora, né lui né i suoi compagni di viaggio hanno più dato notizie di sé. Jannet ha voluto così drammaticamente protestare contro le autorità tunisine e, indirettamente, contro le autorità italiane che dopo un anno non hanno dato né a lei né alle altre famiglie informazioni di alcun genere sulla sorte dei migranti dispersi. E' ora ricoverata nell'ospedale di Ben Arous, lo stesso in cui tentarono invano di salvare il venditore ambulante Mohamed Bouazizi avvolto nelle fiamme che accesero la rivoluzione dei Gelsomini. Nel frattempo una delegazione di madri delle famiglie dei tunisini dispersi è stata ricevuta dal consigliere del primo ministro Hamadi Jebali. Si dicono deluse da questo incontro che ha portato solo "ancora promesse". La delusione è soprattutto per la vaghezza con cui Houcine Jaziri, sottosegretario agli Affari Sociali, sta gestendo le informazioni che sembrerebbero arrivate almeno parzialmente, dal nostro paese. Un atteggiamento che sta generando confusione e maggiore angoscia, fino a reazioni radicali come quelle di Jannet, che si può anche temere vengano emulate visto il livello di esasperazione dopo un anno di attese. Si legge sul blog de "leventicinqueundici", il comitato di donne che da mesi sta seguendo la vicenda in Italia: "Insomma, a più di un anno di distanza un'incapacità di parola e di trasparenza che esaspera il dolore e lascia spazio a tutte le ipotesi. Già, una sorta di delirio collettivo, è l'impressione di chiunque si avvicini a questa vicenda senza prendersi il tempo necessario per capire che cosa l'abbia provocato. Partiamo allora dall'inizio. Alcune madri e alcuni familiari riconoscono o credono di riconoscere i loro figli nei telegiornali italiani, altre ricevono telefonate dalle imbarcazioni che le avvisano che sono vicini all'arrivo. Quanto tempo sarebbe stato necessario a un'équipe dei due paesi per fare un riscontro su quegli indizi, a partire dalle capitanerie di porto per sapere se quelle imbarcazioni erano arrivate, decifrare meglio le immagini dei telegiornali, capire da quali celle telefoniche erano arrivate le telefonate? E' in questo frattempo, durato più di un anno e che continuerà a durare, dal momento che nessuna équipe è stata prevista né dall'Italia né dalla Tunisia, che ogni ipotesi è diventata possibile. E' la prima volta che succede: le famiglie chiedono conto, pretendono di sapere, vogliono i loro figli, vivi o morti. Contro le leggi del loro paese che, complici delle politiche di governo delle migrazioni dell'Unione europea, prevedono un reato di "emigrazione clandestina", contro le politiche dell'Unione europea e gli accordi bilaterali tra l'Italia e la Tunisia che prevedono "quote" di visti, di ingressi regolari, così come "quote" di morti nei viaggi di tutti gli altri. E' la prima volta che succede ed è un altro effetto domino della rivoluzione tunisina: verso l'Europa, in questo caso, nella stessa direzione presa dai giovani tunisini per agire la loro libertà di movimento dopo la libertà conquistata conla rivoluzione. Madri, che con i loro corpi e le fotografie dei loro figli si presentano ad ogni visita ufficiale dei rappresentanti europei e italiani, che prendono d'assalto l'Ambasciata di un paese di destinazione urlando i nomi dei propri figli e con due striscioni in italiano e in arabo: "Da una sponda all'altra: vite che contano", "La terra è di tutti/e". Ed è la prima volta che succede anche questo: i rappresentanti di due paesi, abituati a incontrarsi per dar corso ai loro accordi, obbligati ora a incontrarsi per scambiarsi impronte digitali non per espellere ma per rispondere alla richiesta di quelle famiglie. Non è un caso, dunque, il lungo tempo passato prima che ciò avvenisse e che ora, mentre il riscontro è in fase conclusiva, nessuno sappia prendersi la responsabilità di parlare con parole di trasparenza alle famiglie che li hanno obbligati a quell'operazione. Gli accordi bilaterali sono accordi di guerra e di scomparsa e le impronte solo uno degli strumenti per la loro realizzazione, non prevedono un linguaggio di vita che vuole figli, vivi o morti. Nel frattempo, in questo tempo lungo, sono i linguaggi di tali politiche, a guardar bene, ad aver continuato a parlare nei termini di un delirio. E' questo linguaggio il vero delirio collettivo, dal momento che è riuscito a diventare senso comune di fronte a cui non c'è uno stupore generale. Qualche esempio: una ministra che di ritorno dalla Libia, ad inizio aprile, fa sapere che l'Italia finanzierà i lavori di ristrutturazione del "centro di trattenimento dei migranti a Kufra", noto campo di concentramento e di stupro delle donne lì "trattenute" già finanziato dall'Italia; una portavoce dell'Acnur che suggerisce di coinvolgere anche le navi commerciali nei controlli per "intervenire tempestivamente" al fine di impedire che si ripetano le tragedie in mare; sempre la stessa ministra che chiede alla Tunisia nuovi accordi nel rispetto dei diritti umani ma che rafforzino il controllo delle coste, come se tra i diritti umani non ci fosse quello alla vita che proprio i controlli delle coste non riconoscono. Infine, la condanna dell'Italia da parte della Corta europea dei diritti dell'uomo; il cosiddetto caso Hirsi, accolto da tutti, antirazzisti compresi, come una vittoria contro i respingimenti in mare effettuati dall'Italia insieme alla Libia a partire dal 2009: 24 cittadini somali e eritrei rimborsati con 15.000 euro per essere stati respinti con violenza in Libia insieme ad altri 200 migranti, lì incarcerati, lì maltrattati, per una spesa complessiva da parte dell'Italia, per i suoi due anni di respingimenti, la sua complicità nelle incarcerazioni, nei maltrattamenti, negli stupri e nelle morti "libiche", di 360.000 euro: nemmeno il costo di un bilocale in una città italiana.