Arresti in molte città del sud: riduzione in schiavitù e favoreggiamento della clanestinità

24/05/2012 di Redazione
Arresti in molte città del sud: riduzione in schiavitù e favoreggiamento della clanestinità

All'alba del 23 maggio la Direzione distrettuale antimafia di Lecce ha eseguito 16 arresti con l'accusa di riduzione in schiavitù, associazione per delinquere, favoreggiamento dell'ingresso di stranieri in condizioni di "clandestinità", estorsione e la violenza privata. Di seguito pubblichiamo il comunicato diffuso da Action Diritti In Movimento, Sportello Qiebraley e Campagna SUD. "Gli arresti sono stati eseguiti a Nardò ma anche in altre località della Puglia, in Sicilia, Calabria (Rosarno) e Campania. L'inchiesta, che ha preso il via nel 2009, delinea l'esistenza di un vero e proprio "cartello dello sfruttamento." Fra gli arrestati cittadini italiani fra cui importanti imprenditori agricoli e stranieri che svolgevano il ruolo di intermediari nella fornitura di manodopera come veri e propri caporali. Questa inchiesta ha delineato una situazione denunciata da tempo da decine di associazioni e istituzioni locali, oltre che dalle comunità africane che sono state costrette a ribellarsi. Negli ultimi due anni conla Campagna SUD, una campagna di monitoraggio e azioni di tutela in rete con altre associazioni, abbiamo infatti constatato che ciò che era avvenuto a Rosarno nel 2010 era solo la punta dell'Iceberg. Dai racconti che raccogliemmo subito dopo la rivolta, emergerà che una gran parte degli africani che lavora tra Foggia e Rosarno, tra la Puglia e la Calabria, quegli stessi che si sono ribellati contro lo sfruttamento, saranno oltre2000 inuna condizione di limbo giuridico e vittime di gravissime violenze: condizioni abitative precarie, mancanza totale di accesso ai beni primari come acqua e assistenza sanitaria, grave sfruttamento lavorativo. Si tratta inoltre, per una buona parte, di richiedenti asilo denegati e provenienti dall'Africa sub sahariana e arrivati tra il 2006 e il 2009, prima che gli accordi col regime di Gheddafi chiudessero la via del deserto con la pratica illegale dei respingimenti di massa. Nel corso del monitoraggio effettuato tra le regioni Basilicata, Calabria e Campania abbiamo potuto verificare che i lavoratori africani vivevano in condizioni disumane, sottoposti alla violenza strutturale imposta da caporali e in alcuni casi da datori di lavoro. Negli ultimi dieci anni i braccianti stranieri hanno occupato fabbriche e capannoni abbandonati, casolari di campagna diroccati. Niente acqua potabile, niente luce, niente riscaldamento, servizi igienici drasticamente insufficienti, qualche doccia di fortuna, degrado e sporcizia, materiali pericolosi e lastre di eternit ovunque. Inoltre la condizione lavorativa è estremamente dura. Si svegliano all'alba per andare all'appuntamento fisso sulle piazze del reclutamento per lavorare come braccianti. Guadagnano 20-25 euro per 8-10 ore di lavoro. Spesso sono esposti senza precauzioni ad antiparassitari e sostanze chimiche che, raccontano, spargono sui campi a mani nude. I più fortunati riescono a farsi pagare a giornata. Per gli altri il compenso è di un euro a cassetta, ma solo i più robusti riescono a riempirne più di 20 prima che cali il sole. E poi c'è la tassa per il trasporto: dai 3 ai 5 euro dovuti per il viaggio fino ai campi, che a volte distano parecchi chilometri. A ingaggiarli, infatti, sono spesso degli intermediari che fungono da veri e propri caporali. In tanti raccontano di non aver mai conosciuto il proprietario dei campi, di aver subito vessazioni e punizioni e di essere rimasti tante volte senza paga. Ora crediamo sia utile capire quali strumenti istruire per tutelare queste vittime, rese invisibili da una condizione giuridica di e quali prospettive offrire su un piano di emancipazione sociale e lavorativa. I nostri sportelli hanno raccolto circa 850 casi nel corso degli ultimi due anni, braccianti che hanno voluto raccontare e denunciare e per i quali abbiamo predisposto azioni di tutela volte a far emergere tutti dalla clandestinità; ci chiediamo quando e come si vorranno offrire prospettive di inclusione lavorativa e sociale per determinare uno scardinamento del modello di sfruttamento esistente, a partire appunto dalle numerose possibilità che si sono costruite nel SudItalia, indicate e praticate numerose associazioni. Modelli e pratiche da raccontare ed esportare, ma soprattutto da sostenere da parte delle istituzioni locali".