La crisi della sovranità secondo il Censis

28/06/2012 di Redazione
La crisi della sovranità secondo il Censis

Si è concluso il ciclo di quattro incontri organizzati dal Censis nell'ambito del suo annuale appuntamento di riflessione di giugno «Un mese di sociale», giunto alla ventiquattresima edizione, dedicato quest'anno al tema «La crisi della sovranità» (i quattro testi base della riflessione del Censis si possono scaricare dal sito www.censis.it).
Nel corso del primo incontro il Censis si è interrogato su «Dove sta oggi la sovranità». Per centocinquant'anni siamo stati abituati all'idea che la sovranità sta nello Stato (e nella politica che lo gestisce ai vari livelli), ma oggi ci rendiamo conto ogni giorno di più che la sovranità è altrove. Non sta più nello Stato, a volte persino umiliato da decisioni imposte da fuori e da un'etica eterodiretta rispetto alla dinamica socio-statuale. Non sta più nelle sedi di potere politico (le assemblee elettive) e nelle cinghie di trasmissione dalla base a tali sedi (la rappresentanza). Non sta più nemmeno negli organismi sovranazionali, ormai svuotati della loro base di rappresentanza degli Stati membri e spesso diventati meri portavoce dei vincoli che i mercati impongono alle comunità nazionali. Con la decostruzione delle sovranità tradizionali, la nuova sovranità slitta sempre più in alto, nel potere incontrollato della finanza internazionale, con flussi e ricatti di potere che non hanno precedenti nella storia dell'Occidente. La categoria nazionale dei «tecnici» risulta così legittimata dai ristretti circuiti della nuova sovranità, mentre il popolo, sovrano in Costituzione, è destinato alla piazza o al mugugno.
Per gli italiani la sovranità perduta è quella del cittadino. Il 75% ritiene che la propria voce non conti nulla in Europa. Solo tra i greci si registra una percentuale più alta di persone che la pensano così (l'84%) e anche tra gli spagnoli la quota è elevata (68%), superiore al valore medio dell'Unione europea (61%). Sono invece convinti del contrario soprattutto gli olandesi e i tedeschi, dove le percentuali di chi crede di non contare in Europa si riducono rispettivamente al 43% e al 44%. Il 77% degli italiani ritiene di non avere sovranità neppure nel proprio Paese, così come l'84% dei greci e più della metà degli spagnoli (52%). Al contrario degli olandesi e dei tedeschi, convinti che la propria voce conti nel proprio Paese rispettivamente nell'81% e nel 70% dei casi. Non c'è sovranità dei cittadini né in Italia né in Europa, è forte il senso di impotenza rispetto ai processi decisionali, ed è ampio il gap tra le opinioni della gente comune e le decisioni dei leader politici: la pensa così il 91% degli italiani, come il 93% degli spagnoli e il 96% dei greci.
Chi ha il potere reale? Chi esercita il potere reale «nel» e «sul» nostro Paese in questa fase? Naturalmente, per la maggioranza degli italiani (il 57%) è ancora il governo nazionale, ma per il 22% l'Unione europea, per un ulteriore 22% i mercati finanziari internazionali, per il 13% gli organismi sovranazionali (dal Fondo monetario internazionale alla Banca mondiale). Ma, la geografia percepita dei poteri reali varia però considerevolmente tra i diversi gruppi sociali. Solo per il 45% dei soggetti con titolo di studio più elevato la sovranità risiede ancora nel governo nazionale, per il 25% è stata ceduta all'Unione europea. E sono in molti a pensare che la sovranità non sta più non solo nello Stato, a volte persino umiliato da decisioni imposte dall'esterno, ma neanche negli organismi sovranazionali, ormai svuotati della loro base di rappresentanza degli Stati membri e spesso ridotti a meri portavoce dei vincoli che i mercati impongono alle comunità nazionali. Per il 27% degli italiani laureati la sovranità è slittata sempre più in alto, nel potere incontrollato della finanza internazionale. E il popolo? Sovrano in Costituzione, destinato al mugugno o alla piazza. La sudditanza ai circuiti finanziari internazionali percepita a livello sociale convive infatti con la convinzione che le istituzioni nazionali avrebbero potuto fare di più. Si riversa così sulla politica, e più ancora sul personale politico dei partiti, la delusione per non avere saputo mediare tra le dinamiche finanziarie globali e la vita quotidiana dei cittadini.
C'è la sensazione di un potere reale inutilizzato o male utilizzato da governi e parlamenti nazionali, che in molti Paesi ha alimentato le retoriche più estremiste, che hanno finito per coalizzarsi contro le élite europeiste. Ma in Italia il processo non si è ancora spinto così in là. Da noi vince una retorica antipartitica piuttosto che antielitaria: oggi l'élite dei «tecnici» è ancora beneficiaria di una luna di miele che li vede come salvatori rispetto all'inconcludenza della politica del passato. La magia della competenza esercita il suo fascino, visto che il 55% degli italiani pensa che al vertice della cosa pubblica ci sia bisogno soprattutto di persone competenti, non importa se non elette dal popolo, non importa se prendono decisioni impopolari. Per il restante 45% c'è invece bisogno di rappresentanti votati democraticamente, che rispondano di quello che fanno di fronte agli elettori. I giovani (tra 18 e 29 anni), più frustrati degli altri dalle mediocri prospettive per il loro futuro, sono quelli che subiscono di meno il fascino del potere taumaturgico dei tecnici: per il 54% è giusto che a governare siano rappresentanti espressi dai cittadini, con una chiara imputazione di responsabilità.
Il 67% degli italiani ritiene che oggi la Ue disponga già di poteri e strumenti sufficienti per difendere gli interessi economici dell'Europa nell'economia globale e che quindi non vadano rafforzati (la percentuale è superiore alla media europea: 61%). Il 46% pensa che non ci debbano essere ulteriori accelerazioni nello sviluppo di comuni politiche europee e che, se ci sono Paesi pronti per saltare a un livello più alto di unificazione, devono aspettare che anche gli altri lo siano. Il dato degli italiani che la pensano così è superiore a quello medio europeo (40%) e si colloca a un livello intermedio tra quello rilevato in Olanda (23%) e Germania (30%) ‒ Paesi fautori di un'accelerazione da parte di pochi Paesi di punta ‒ e quello delle più attendiste Spagna (57%) e Grecia (68%).
Prevale però l'incertezza su quali siano le iniziative utili per fare uscire il Paese dalla crisi. Il 42% degli italiani dichiara esplicitamente di non sapere che cosa sarebbe giusto fare, mentre per il 41% è forte la tentazione di accettare l'eterodirezione, uniformandosi passivamente alle indicazioni della Ue e applicando i piani di risanamento finanziario, nella speranza che non comportino solo sacrifici, ma che siano la via della salvezza. C'è poi un 17% di nazionalisti a oltranza: quelli che non accettano imposizioni dall'esterno e sarebbero disposti anche a uscire dall'euro, perché difendere la nostra sovranità è più importante di qualsiasi altra cosa. Gli italiani sono divisi sul «fiscal compact», cioè l'idea di imporre per legge che il deficit venga mantenuto entro i limiti fissati a livello europeo e che, in caso di sforamento, scatti automaticamente l'obbligo di tagliare la spesa pubblica o di aumentatela tassazione. Il51% è favorevole, il 49% è contrario. Le persone meno scolarizzate sono in prevalenza contrarie (72%), i laureati sono in maggioranza favorevoli (57%), nel Nord-Est si registra la percentuale più alta di ostili al «fiscal compact» (54%), nel Mezzogiorno la quota più alta di bendisposti (55%).
Che cosa sarebbero ragionevolmente disposti a fare gli italiani per ridurre il debito sovrano? Il 22% si dichiara pronto ad andare in pensione più tardi, un ulteriore 22% a pagare di più alcuni servizi pubblici, il 21% a versare una tantum una tassa ad hoc, il 18% a destinare allo Stato ore di lavoro extra. Per tagliare il debito pubblico, il 76% si dice disposto anche a chiedere sempre le ricevute fiscali, anche se così si paga di più, e il 67% a denunciare tutti gli evasori di cui si viene a conoscenza.
Il secondo incontro è stato dedicato al tema «L'assestamento delle micro-sovranità», cioè all'analisi dello spirito adattativo degli italiani ai tempi dell'eterodirezione. Di fronte al venir meno della tradizionale sovranità statuale e al progressivo scivolamento verso l'eterodirezione, con la cessione di porzioni di sovranità agli organismi sovranazionali e ai mercati finanziari internazionali, entra in gioco lo spirito adattativo degli italiani. La società si «ritraccia» attraverso l'assestamento di micro-sovranità in diversi ambiti. In un ciclo declinante della spesa pubblica e di recessione economica, gli italiani provano a difendersi mettendo a punto meccanismi di gestione dei propri bisogni che vadano oltre il «fai da te» individuale. Secondo il Censis, gli spazi di esercizio della micro-sovranità dei cittadini sono: la famiglia come strumento di sostegno, nuove strategie di consumo, privatizzazione delle tutele sanitarie, autonomia nel web e iniziative sul territorio.
La dimensione più diffusa di esercizio di micro-sovranità è quella familiare, con una rinegoziazione di modelli e ruoli che ha la sua prima manifestazione nell'aumento delle nuove forme di famiglia. Quelle fatte di single, monogenitori, nuclei ricostituiti, unioni libere sono 6 milioni 866mila (il 28% del totale) e coinvolgono 12 milioni di persone (il 20% della popolazione). Il modello standard della famiglia tradizionale, le coppie coniugate con figli, rappresenta ormai solo il 35,8% delle famiglie (erano il 43,8% nel 2000). Parallelamente si assiste a una specializzazione della capacità delle famiglie di farsi strumento di sostegno. Gestiscono quasi integralmente il peso della non autosufficienza dei membri più fragili. E altrettanto rilevanti sono le forme di solidarietà intergenerazionale che consentono ai figli, mediante forme diversificate di sostegno economico o anche attraverso il semplice prolungamento della convivenza, di mitigare gli effetti della progressiva riduzione delle opportunità per i giovani di trovare lavoro.
Inoltre, è in atto una revisione dell'approccio al consumo: strategie di razionalizzazione delle spese, ricerca di sconti e offerte speciali, persino riduzione degli spostamenti in auto o moto. Per far fronte alla minore capacità di spesa, il 97,1% delle famiglie sta riducendo gli sprechi, il 95,3% rifiuta l'idea consumista dell'acquisto continuo di cose nuove, il 68,8% riferisce una maggiore morigeratezza, con una riduzione del desiderio di beni materiali che è indipendente dalla disponibilità economica ed è forse l'esito non previsto della crisi.
Il consumo energetico è un'altra forma in cui si esprime la voglia delle famiglie di raggiungere una maggiore autonomia e di essere meno dipendenti da decisioni esterne su cui non possono intervenire. È fortemente aumentato il volume degli impianti fotovoltaici. Quelli più piccoli (da 3 kw o meno) sono passati da 32.670 nel2009 a112.186 nel 2011 (+243,4%), e quelli fino a 20 kw (installati da famiglie e piccole imprese) sono passati da33.350 a182.071 (+445,9%), per un totale di poco meno di 300.000 impianti sotto i 20 kw.
A fronte del rallentamento della crescita della spesa sanitaria pubblica, frutto delle politiche di contenimento di questi ultimi anni, la spesa privata dei cittadini ha continuato ad aumentare, fino a raggiungere la cifra di 30,6 miliardi di euro nel 2010: +25,5% nell'ultimo decennio. Nel periodo di crisi 2007-2010 l'incremento della spesa privata per la sanità è stato pari all'8,1%, mentre la spesa totale per consumi degli italiani cresceva solo del 2,6%. Sono aumentate tutte le componenti della spesa sanitaria privata: prodotti medicinali, articoli sanitari e materiale terapeutico (+5,8%), servizi ambulatoriali (+11,1%), servizi ospedalieri (+8,1%). Nel 2011 il valore medio della spesa di tasca propria è stato pari a 957,9 euro per famiglia, ma il dato sale fino a 1.418,5 euro per le famiglie che hanno ricevuto anche prestazioni odontoiatriche. Di fronte all'arretramento della copertura pubblica, i ceti con maggiore disponibilità economica manifestano la propensione a dotarsi di strumenti protettivi autorganizzati. Sono circa 300 i Fondi sanitari integrativi iscritti all'anagrafe istituita nel 2009 presso il Ministero della Salute, e una recente indagine del Censis stima in 6 milioni gli iscritti e in oltre 11 milioni gli assistiti della sanità integrativa.
Internet è un ambito preferenziale di esercizio di micro-sovranità. Gli utenti di Facebook sono 21,7 milioni, con un uso complessivo pari a 686 milioni di ore all'anno. E proprio sulla rete si sviluppa una molteplicità di occasioni di ricondensazione sociale. Il 50% degli utenti dei social network (circa 11 milioni di italiani) dichiara di attivare e/o partecipare per mezzo di essi a iniziative nel territorio in cui vive.
Infine, la lontananza dalla politica nazionale è un segnale della sudditanza in cui si sentono precipitati gli italiani, non solo a causa del peso crescente dei circuiti di potere internazionali, ma anche per gli errori attribuiti alla nostra classe politica. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un forte aumento del numero delle liste civiche. Alle ultime elezioni amministrative erano quasi la metà (il 47,3%) delle liste in competizione, mentre nelle elezioni precedenti erano poco meno di un terzo. Sono passate da170 a279 (+64,1%).
Nel terzo incontro il Censis si è interrogato su «L'antagonismo errante», non più ideologico come in passato, che nasce come effetto della crisi della sovranità a seguito dello smarrimento dell'individuo-suddito. E' un antagonismo che resta allo stato fluido per raggrumarsi in situazioni molteplici e variegate. È il dissenso dei soggetti che non riescono a fare ritracciamento e che quindi subiscono più degli altri la crisi delle sovranità tradizionali e l'imposizione dall'alto della nuova sovranità macro. Si tengono insieme così fenomeni diversi: dai No Tav ai giovani frustrati a causa delle mediocri prospettive occupazionali, dalla rabbia per gli squilibri di reddito o la tassazione eccessiva alla ventata attuale di antipolitica.
Cresce la protesta sociale e 9 milioni di italiani hanno partecipato nell'ultimo anno a manifestazioni di protesta autorizzate, in tanti modi e per ragioni diverse. Si tratta del 17,7% della popolazione maggiorenne, una percentuale in forte crescita rispetto a quella rilevata dal Censis nel 2004 (11,8%). Un effetto della crisi della sovranità statuale tradizionale, con la cessione di poteri agli organismi sovranazionali e ai mercati finanziari internazionali, è proprio la diffusione di un antagonismo «errante», non più ideologico come in passato, che resta allo stato fluido per poi raggrumarsi in situazioni molteplici e variegate.
Nell'ultimo anno il 19,3% degli italiani maggiorenni ha fatto parte di un'associazione che opera in difesa di interessi locali (territorio, quartiere, ecc.) o tematici (ambiente, diritti civili, ecc.), il 17,7% ha partecipato a una manifestazione di protesta autorizzata contro una decisione pubblica (proposte di legge, decreti, ordinanze, ecc.), il 16,9% ha aderito a uno sciopero per difendere un diritto lavorativo o professionale, il 15,9% ha firmato una petizione, il 4,5% ha inviato una lettera di lamentela a un quotidiano, il 3,3% ha partecipato a una manifestazione di protesta non autorizzata o di disobbedienza civile (blocco stradale, corteo spontaneo, ecc.). Quest'ultimo dato corrisponde a 1,5 milioni di persone, certo non riconducibili a un'area del dissenso militante e organizzato: si tratta di persone che vedono nella legittimità della protesta sociale un fattore di arbitraggio rispetto a eventuali sconfinamenti nell'illegalità.
In generale, cresce la protesta sociale dando vita a contestazioni molto frammentate, che tendono a non tradursi in un reale conflitto sociale. Danno vita ad aggregazioni temporanee, con legami labili e un impegno a termine, ma consentono di relativizzare il disagio individuale e di stemperare lo smarrimento dell'individuo-suddito, che subisce decisioni assunte molto lontano da lui e calate nel suo spazio vitale senza la mediazione di decisori nazionali e locali sempre più impotenti. Si tengono insieme così fenomeni diversi: dai No Tav ai giovani frustrati a causa delle mediocri prospettive occupazionali, dalla rabbia per gli squilibri di reddito o la tassazione eccessiva alla ventata attuale di antipolitica. Il forte dissenso per i privilegi della classe politica e dei rappresentanti istituzionali genera un'ampia disponibilità generica ad aderire in futuro a manifestazioni di protesta: l'80,2% dei cittadini dichiara che parteciperebbe. Il 75,3% manifesterebbe contro l'inasprimento del prelievo fiscale (Imu, accise sulla benzina, ecc.), il 70,7% contro opere pubbliche ritenute inutili o dannose per il territorio, il 69,1% contro i tagli ai servizi locali (sanità, scuola, trasporti), il 59,6% contro interventi di riforma del mercato del lavoro, il 52,8% contro la liberalizzazione dei servizi pubblici (ad esempio, l'acqua).
Il conflitto viene innescato dalle opere di trasformazione del territorio, a difesa di una "microsovranità" territoriale. In Italia la realizzazione di una grande opera civile, di un impianto per la produzione di energia elettrica o per il trattamento dei rifiuti, raramente non dà vita a episodi di protesta collettiva più o meno intensi. Nel 2005 le opere contestate erano 190, nel 2011 il numero è salitoa 331. Il62,5% delle proteste riguarda impianti energetici, il 31,4% i rifiuti, il 4,8% le infrastrutture viarie. Il 51% delle contestazioni riguarda interventi non ancora autorizzati e solo allo stato di progetto. Le contestazioni popolari pesano per il 36% delle proteste, ma crescono le iniziative dei politici locali (29%) e delle istituzioni locali (23%).
I più inclini alla protesta sono i giovani. Più di un quarto (il 26,2%) ha partecipato nell'ultimo anno a manifestazioni di piazza e il 7% ha preso parte addirittura a proteste illegali o non autorizzate. Anche il 14,7% degli ultrasessantacinquenni è sceso in piazza. Ma a ingrossare la protesta è la popolazione adulta in età lavorativa: il 38,5% dei manifestanti ha tra 45 e 64 anni. In base ai livelli di istruzione, è aumentato il coinvolgimento in episodi di protesta soprattutto dei laureati (la percentuale di quelli che hanno manifestato è passata dal 16% del 2004 all'attuale 24%) e dei soggetti meno istruiti (dal 4,9% al 9,3%). È il segno che la protesta tende a dicotomizzarsi: sempre più colta, da un lato, mentre dall'altro comincia a reclutare fasce di popolazione con livelli di scolarizzazione anche molto bassi, tradizionalmente poco inclini a mostrare apertamente il proprio malumore e dissenso.
Infine, nel corso dell'ultimo incontro, dedicato all'individuazione (del)«Le uscite possibili». sono intervenuti oltre al Presidente del Censis Giuseppe De Rita e al Direttore GeneraleGiuseppe Roma, Giuliano Amato, Giuliano Ferrara, Massimo Franco, Antonio Pedone e Mario Sarcinelli. Una prima uscita possibile dall'attuale crisi della sovranità è l'accettazione della extra-sovranità, che passa per l'arrangiamento. In fondo, l'accettazione di diverse «sudditanze» è inscritta nella storia nazionale, e ci ha permesso anche di costruire forme di «meticciato», non solo culturale, che hanno portato benefici complessivi alla passata dinamica sociale. Secondo il Censis, continueremo ad essere eterodiretti finché permarrà la zavorra del debito pubblico e la concentrazione subordinata sull'andamento dello spread. Il debito pubblico non ci fa solo dipendere dai mercati finanziari internazionali, ma produce anche un rallentamento del Pil. A partire dagli anni 2000, l'Italia è cresciuta in termini demografici, con il 7% in più di residenti, persino gli occupati sono aumentati dell'8%, ma il Pil si è fermatoa solo il4,1% in più in termini reali. Il debito copiosamente accumulato nel ventennio passato non ci fa solo dipendere in misura eccessiva dai mercati finanziari internazionali, ma ci ha tolto anche slancio nella creazione di valore. Oltre alle fragilità derivanti dai costi del rifinanziamento, il debito eccessivo produce un rallentamento del tasso di crescita del Pil, perché determina alta tassazione e bassi investimenti pubblici, provocando il calo dei consumi privati, l'indebolimento della domanda aggregata interna, la riduzione dell'autonoma iniziativa dei cittadini e quindi un calo dell'imprenditorialità. L'ultimo ventennio è stato infatti caratterizzato da un crescente indebitamento e da una bassa dinamica del Pil. A partire dal 1861, il Pil italiano è cresciuto mediamente del 3,9% annuo quando il rapporto debito/Pil si manteneva al di sotto del 90%, mentre è sceso mediamente dell'1,1% nei periodi in cui il rapporto era superiore al 90%. Gli interessi pesavano 10 punti di Pil nel 1990, saliti a 12,6 punti nel 1993, per poi scendere progressivamente fino a 4,6 punti nel 2010, l'ultimo annuo di tregua prima della risalita dello spread.
Secondo il Censis, la via più efficace per ridurre il debito non è coercitiva. Ogni ulteriore forma di tassazione o di imposta patrimoniale andrebbe esclusa, per gli effetti ulteriormente depressivi sull'economia e la società che ne deriverebbero. Per recuperare le risorse necessarie occorre utilizzare il patrimonio pubblico. Ma oggi la vendita delle partecipazioni sarebbe controproducente, visti gli attuali andamenti di borsa. E la dismissione del patrimonio immobiliare non sarebbe conveniente, con un mercato stagnante come in questa fase. Sarebbe più efficace un conferimento degli asset a fondi o altri strumenti di intermediazione che possano produrre risultati immediati attraverso la sottoscrizione di quote da parte dei cittadini (similmente a quanto proposto da Vegas in questi giorni).
Ma, secondo il Censis e gli ospiti intervenuti nel corso del dibattito, bisogna anche ricostruire la politica dalla rappresentanza, che persegua interventi di medio-lungo termine sui conti pubblici, a livello nazionale, e svolga un ruolo attivo nell'adeguamento degli strumenti di governo monetario, a livello europeo e globale. Oggi il qualunquismo, incattivito dalla crisi e dalle scarse prove di sé date da istituzioni e forze politiche, si esercita nella delegittimazione di ogni luogo di decisione istituzionale e di ogni forma di rappresentanza sospettata di continuità con il passato, spingendo il personale politico all'ansiosa rincorsa delle esasperazioni antipolitiche del momento. Ricomporre mosaici di domande sociali differenziate è difficile, soprattutto in fasi di crisi. Confrontarsi con orientamenti mutevoli è complicato, soprattutto quando non si possiedono paradigmi interpretativi consolidati e si è sottoposti a continue tensioni delegittimanti. Ma non c'è altra strada se non quella della ricostruzione della capacità di dare rappresentanza ai tanti soggetti e interessi che innervano il tessuto socio-economico del Paese attraverso il radicamento nei luoghi materiali (i territori) e virtuali (le reti sociali) dove essi si manifestano.