Carceri, ai detenuti nessuna possibilità lavorativa

20/09/2012 di Redazione
Carceri, ai detenuti nessuna possibilità lavorativa

I dati parlano chiaro: in Italia 7 detenuti su 10 tornano a delinquere se hanno espiato la loro pena tutta in carcere, mentre ciò avviene solo nel 12-19% dei casi se durante la detenzione in carcere hanno avuto la possibilità di fare veri lavori per conto di imprese o cooperative esterne che li assumono grazie agli incentivi fiscali (516 euro di credito d'imposta per ogni detenuto) e contributivi (80% di riduzione) introdotti nel 2000 dalla legge Smuraglia. Sembrerebbe l'uovo di Colombo: far lavorare i detenuti permette di abbassare la possibilità che tornino a delinquere una volta usciti dal carcere e abbattere i costi del loro mantenimento in prigione (siamo intorno ai 140 euro al giorno per ogni detenuto). Invece la scarsità dei finanziamenti ha fatto sì che ormai  solo 2.257 detenuti su 66.000 riescano a entrare nel circuito lavorativo. Dal 2000 la legge è stata infatti rifinanziata sempre con gli stessi soldi: 4,6 milioni l'anno (dunque assottigliati già solo da inflazione e crisi), a fronte di una popolazione carceraria in costante aumento. In Lombardia, ad esempio, i detenuti impiegati da ditte esterne sono stati nei primi 6 mesi dell'anno 310 contro i 470 del primo semestre 2011. Nelle carceri va persino peggio all'altra tipologia di lavoro che in teoria dovrebbe essere assicurata a tutti i condannati e che invece solo per 13.961 detenuti ha dato luogo a miniperiodi da «lavoranti» per le necessità pratiche dentro il carcere come spesini, scopini, scrivani, portavitto, gabellieri, manutentori; lavoro certo meno significativo, ma che almeno allevia per qualche ora al giorno il sovraffollamento nelle celle, non lascia inattivi i detenuti e offre loro la possibilità di mettere da parte qualche soldo (in media 200/300 euro al mese). Ogni punto percentuale di recidiva che si riuscisse ad abbassare vorrebbe dire quasi 700 ex detenuti restituiti alla società senza che delinquano più e senza dunque che infliggano ai cittadini i costi dell'insicurezza (persone ferite da curare, risarcimenti, beni rubati o rapinati o danneggiati, costi di polizie-magistrati-cancellieri per riarrestarli e processarli). E vorrebbe anche dire un risparmio secco per lo Stato di 35 milioni di euro l'anno. Per fare un raffronto, il piano-carceri in via di attuazione investe 228 milioni di euro per avere entro il 2014 circa 3.800 posti in più nelle carceri tra ristrutturazioni e ampliamenti degli istituti. Sottrarre invece alla recidiva un pari numero di detenuti richiederebbe una ventina di milioni l'anno, ma solo in costi fissi ne farebbe risparmiare più di 250 allo Stato.