La Sovranità alimentare è fuorilegge

20/09/2012 di Redazione
La Sovranità alimentare è fuorilegge

La definizione di "Sovranità alimentare" è stata adottata nel 2007, quando in occasione del Forum di Nyeleni, a Mali, è stato scelto il termine per evidenziare che è il diritto dei popoli a un cibo salubre, culturalmente appropriato, prodotto attraverso metodi sostenibili ed ecologici, in forza del loro diritto a definire i propri sistemi agricoli e alimentari. Un concetto che, già un anno prima, la Fao aveva istituzionalizzato a livello mondiale. Ed anche Monti il 27 luglio scorso ha analizzato la "sovranità alimentare" ma con altri fini. Infatti, il Consiglio dei Ministri in quella data, ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale per "bloccare" un corpus di leggi regionali emanate dalla Regione Calabria e finalizzate alla libera circolazione delle merci e dei prodotti locali. La motivazione? Presunti abusi legislativi a carico dell'ente territoriale calabro, colpevole secondo l'esecutivo di aver superato i limiti di competenza e autonomia normativa nella procedura produttiva della legislazione interna. Il Governo, nello specifico ha fatto ricorso contro l'agricoltura a chilometro zero": una pratica produttiva promossa per mezzo di disposizioni che contrasterebbero con i principi nazionali e comunitari. Una sorta di "concorrenza sleale", il rischio paventato dall'esecutivo, in caso di prosecuzione della validità delle leggi regionali della Regione Calabria. E, anche, un limite alla libera circolazione dei prodotti, a scapito di quelli "extraregionali". La parola è rimessa alla Corte Costituzionale, dalla cui sentenza emergerà, di sicuro, la ratio del conflitto.
I rappresentati delle realtà produttive parlano di "attentato al liberismo", un tentativo di  "distruggere" le aziende locali, a favore di quelle multinazionali che, con la loro presenza sul territorio, appiattiscono di fatto il commercio, l'offerta e la concorrenza.
Ed anche la Corte di Giustizia Europea, il 12 luglio scorso, non è stata da meno. E' stato imposto il divieto di commercializzare le sementi delle varietà tradizionali e diversificate che non siano iscritte nel catalogo ufficiale comunitario. Significa che sono stati vietati i metodi di recupero delle varietà antiche e tradizionali, con lo scopo di preservare e distribuire a chi le richiede, sementi fuori dal catalogo uffìciale affidato alle mani delle multinazionali. Per quanto ostile alle realtà indipendenti, la sentenza non ha promosso comunque nulla di diverso rispetto a quanto, già nel 1998, era stato istituito dalla Comunità europea: ovvero il divieto della commercializzazione delle sementi agli agricoltori autonomi. All'epoca era una norma emanata per mezzo di una direttiva. Oggi è una debita conferma. Emanata, invece, per mezzo di una sentenza.