Paolo Berdini: Proposta di percorso per la salvaguardia urbanistica di Roma

28/02/2013 di Redazione
Paolo Berdini: Proposta di percorso per la salvaguardia urbanistica di Roma

La vicenda urbanistica romana è oggi caratterizzata da una nuova emergenza. L'amministrazione Alemanno vuole  approvare in queste ultime settimane di consiliatura 62 deliberazioni che comprometterebbero definitivamente le possibilità di recupero dell'immensa periferia romana. Molte di quelle deliberazioni sono una pesante eredità delle passate amministrazioni di centro sinistra e questo spiega i motivi della tiepida opposizione da parte del Pd capitolino rispetto alla volontà della maggioranza. Questa coincidenza di interessi ci deve indurre a pensare che se, come auspica la Roma dei comitati, queste deliberazioni non dovessero passare, lo stesso pericolo potrebbe delinearsi nuovamente nel malaugurato caso di vittoria di candidati a sindaco, come Goffredo Bettini,  molto sensibile, come noto, alle volontà dei proprietari fondiari romani o Paolo Gentiloni, vero pasdaran dell'inammissibile raddoppio dell'aeroporto di Fiumicino. Ragione di più per costruire un percorso di tutela del territorio e del paesaggio agricolo romano da presentare come discriminante nel percorso programmatico che porterà al rinnovo dell'amministrazione capitolina. Sono quattro i motivi strutturali che obbligano a delineare una netta discontinuità nella conduzione dell'urbanistica romana. Il primo riguarda la crisi epocale che sta investendo il mondo delle costruzioni. Il numero degli alloggi nuovi invenduti è, secondo stime prudenti, di circa 150.000: ciò significa che almeno 300.000 abitanti potrebbero trovare casa negli edifici già oggi esistenti. A questo gigantesco numero si devono poi aggiungere le tantissime aree edificate abbandonate (capannoni ex artigianali, abitazioni in stato di degrado) che potrebbero essere riabilitate senza grandi sforzi, si comprende che non c'è più bisogno di espandere ancorala città. Fannoparte di questo ragionamento anche gli immobili del demanio che sono diventati preda della più sfrenata speculazione e che invece per numero e centralità sono decisivi per delineare una nuova scena urbana. È dunque ampiamente sufficiente intervenire sulla città esistente. Anche nel mondo dei costruttori più attenti, si fa strada la convinzione che la grande fase di espansione urbana che ha caratterizzato per 140 ininterrotti anni la vita della città sia esaurita per sempre e che è venuto il momento di aprire il capitolo della riqualificazione urbana. Il secondo motivo riguarda il fatto che - oltre alle 62 deliberazioni oggi in discussione - le previsioni del piano regolatore del 2008 ammontano a ulteriori 35 milioni di metri cubi da realizzare. Sono dunque ancora previste abitazioni per ulteriori 350.000 abitanti, quando già oggi non si sa come riempire quelle esistenti. Si deve poi tenere conto che la grande espulsione di abitanti verso i comuni dell'hinterland ha messo in moto processi intensi di costruzione in tutti i comuni dell'area metropolitana: se si tiene conto anche di questo fattore, l'offerta complessiva di alloggi è molto superiore alla domanda. Il terzo motivo riguarda il carattere eversivo dell'urbanistica romana affermatosi nei 18 anni del centro sinistra, e cioè il principio dei diritti edificatori e il meccanismo della compensazione urbanistica. Carattere eversivo perché anche i 35 milioni di ulteriori cubature dal piano regolatore di cui accennavamo, potrebbero incrementarsi ulteriormente proprio in virtù del meccanismo della compensazione urbanistica che fa lievitare senza limiti le volumetrie da realizzare. È infine il quarto motivo a spingere decisamente verso il blocco totale di qualsiasi ulteriore progetto di espansione urbana. Roma ha infatti 11 miliardi di deficit a cui devono essere aggiunti un miliardo a carico di ciascuna delle due aziende comunale dei trasporti (Atac) e della nettezza urbana (Ama). Ogni cittadino romano ha dunque un debito di circa 6.000 euro:  per molto meno, un debito di 1.000 euro per abitante, nello scorso mese di dicembre il governo nazionale ha dichiarato il default della città di Alessandria. Roma è stata portata alla bancarotta. Solo una minima parte di questo insostenibile debito deriva da scandali e malversazioni cui ci ha purtroppo abituato l'amministrazione guidata da Alemanno. La parte preponderante deriva dal processo di incontrollata espansione della città che obbliga a realizzare costosi servizi sia per l'impianto, sia per la gestione quotidiana. Se dunque Roma pur essendo troppo grande per fallire, è una città alla bancarotta, come si può pensare di perpetuare il modello espansivo disegnato dallo scellerato piano regolatore del 2008? Occorre dunque cambiare radicalmente percorso. La nuova urbanistica romana parte da queste considerazioni e si fonda su un processo fondato su quattro fasi da compiersi in 18 mesi. Il primo provvedimento è quello di una moratoria delle autorizzazioni già incardinate presso il consiglio comunale o in corso di istruttoria presso gli uffici. Si tratta di un provvedimento di emergenza dettato dal fallimento economico della città: ognuna di queste proposte di nuova urbanizzazione dovrà essere vagliato sotto il profilo dei costi immediati e di gestione che la pubblica amministrazione dovrà sopportare per ampliare strade, creare parcheggi, realizzare e gestire servizi. Il provvedimento di moratoria richiede un tempo di 12 mesi. Il secondo provvedimento contestuale riguarda una variante normativa al vigente Prg. Come abbiamo visto, esso è stato fondato su un istituto giuridico inesistente nella legislazione urbanistica nazionale, e cioè quello dei diritti edificatori. Come è invece noto a tutti coloro che conoscono la legislazione italiana, non esiste alcun diritto inalienabile: esiste soltanto la potestà comunale - ovviamente fondata su principi di imparzialità e rigore - a perseguire un assetto urbano che garantisca il diritto alla città a tutti gli abitanti. Si tratta dunque di cancellare gli articoli della normativa tecnica che parlano di diritti edificatori insieme a tutti gli articoli che parlano della compensazione urbanistica. Questa fase richiede sei mesi di lavoro. Il terzo provvedimento da costruire è tecnicamente più impegnativo e riguarda la definizione di una variante di Salvaguardia che recuperi l'impianto culturale e giuridico di quella del 1989 poi cancellata dalla variante delle Certezze del 1998. Si tratta in altri termini di partire dalla centralità della tutela delle aree ambientalmente sensibili e di quelle che costituiscono il paesaggio agrario romano e fermare per sempre il processo di espansione urbana. Sempre in parallelo con i tre precedenti provvedimenti occorre costruire l'impianto normativo e localizzativo delle aree di trasformazione urbanistica da sottoporre a riqualificazione e rinnovo. Si tratta di un provvedimento che sarà costruito con la più ampia partecipazione delle comunità locali poiché rappresenta il futuro della città da trasformare e da rendere più vivibile. In particolare, visto che a fronte dei 150.000 alloggi nuovi non abitati ci sono secondo le stime ufficiali almeno 50.000 mila famiglie in stato di grave disagio abitativo, all'interno di questo provvedimento dovrà trovare collocazione un piano di riutilizzazione degli immobili pubblici non utilizzati. In questo caso la discontinuità culturale è rappresentata dal fatto che tale patrimonio non deve essere svenduto, ma deve rappresentare prioritariamente una preziosa risorsa per dare un casa a chi non ce l'ha ancora, per realizzare il verde e i servizi che mancano e per avviare un processo di creazione di occasioni imprenditoriali di riuso da parte di imprese guidate da giovani. Il percorso che ho delineato è aperto ad ogni contributo ed osservazione di tutti coloro che lo riterranno utile. Con l'obiettivo di aprire anche ai comitati l'adesione ed arrivare entro poco tempo ad una condivisione piena.