Un call center per le detenute di Rebibbia

21/02/2013 di Redazione
Un call center per le detenute di Rebibbia

Sono 17 le detenute nel carcere di Rebibbia (su 399 recluse) che da pochi giorni sono assunte, con contratto a progetto, nel call center interno al penitenziario e gestito dalla cooperativa sociale Alternative. Italiane e straniere, tra i 21 e i 65 anni, condannate per reati anche gravi, come l'omicidio e il traffico internazionale di stupefacenti. Le detenute vendono i servizi di telefonia di H3G (Tre Italia) e i servizi di connessione internet e Wi-Fi della società Aria Spa, grazie al protocollo sottoscritto il mese scorso dal Garante dei Detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, insieme con la direttrice di Rebibbia Lucia Zainaghi e il presidente della cooperativa sociale Alternative Gianni Fulvi. La retribuzione delle lavoratrici non è da buttar via: a un fisso di 500 euro al mese, infatti, si deve sommare una parte variabile, legata al volume di telefonate e di contratti, che può arrivare fino a 1000 euro mensili (più premi di produzione consistenti in borse di studio per i figli). Millecinquecento euro sono uno stipendio che i lavoranti detenuti all'interno delle prigioni italiane (il 20 per cento della popolazione carceraria) ormai si possono soltanto sognare, visto che la spending review ha colpito anche in questo campo e il Ministero della Giustizia, per il2013, hadovuto tagliare praticamente a "zero euro" il capitolo di bilancio relativo alle cosiddette "mercedi", i compensi cioè legati alle attività svolte dai carcerati (cuochi, spesini, imbianchini, scrivani, portavitto, scopini eccetera) che ormai lavorano gratis.  Per colpa della crisi ci ha rimesso pure gravemente la "legge Smuraglia", che da due anni non viene rifinanziata, e prima invece garantiva incentivi economici alle aziende private in grado di assumere detenuti nelle carceri. Il ministro Severino ha annunciato 16 milioni di euro per quest'anno, ma finora il rifinanziamento è rimasto teorico.  Il Garante Angiolo Marroni si dice molto soddisfatto dell'esperimento di Rebibbia: in un mondo come quello dei call center italiani sempre più caratterizzato dalle delocalizzazioni low cost nei Paesi più poveri (Albania, Tunisia), la scelta dell'amministratore delegato di Nover di Pomezia (la società appaltatrice delle telefonate ai clienti), Antonio Guarracino, che ha puntato sul carcere romano, appare decisamente in controtendenza. In più, nel protocollo firmato, è stato aggiunta una condizione: la possibilità, una volta scontata la pena, di essere assunte a titolo definitivo.