New York Times sui CIE: prigioni con un nome diverso

06/06/2013 di Redazione
 New York Times sui CIE: prigioni con un nome diverso

Il New York Times, il quotidiano americano, ha dedicato un lungo servizio ai Cie italiani definendoli "prigioni con un nome diverso" e "Il Centro di Identificazione ed espulsione di Ponte Galeria non è un prigione. Ma la differenza sembra più che altro una questione semantica". Inizia così il servizio che racchiude e diffonde le denunce mosse soprattutto dalle organizzazioni per diritti umani che operano in Europa, secondo le quali si tratta di strutture "inumane, inefficaci e costose" o, come recita il titolo, "crudeli". "In Italia i critici asseriscono che i centri riflettono politiche che equiparano l'immigrazione alla criminalità, si lasciano sfuggire i benefici che i migranti possono portare e non riescono a tenere conto della natura sempre più multiculturale della società".   L'articolo non parla solo dei CIE italiani ma fa una panoramica sui centri di detenzione per migranti "La durata della detenzione e le condizioni dei centri differiscono da paese a paese, ma "L'Italia non è l'unica ad avere critiche e problemi nella gestione di questi servizi," ha detto Michael Flynn, il fondatore e coordinatore del Progetto di detenzione globale, con sede a Ginevra ". E continua l'articolo "A Malta, i migranti possono essere trattenuti per 12 mesi, per poi essere rilasciati nella comunità come se quella, fosse una cosa naturale", afferma Philip Amaral, Jesuit Refugee Service Europe, con sede a Bruxelles. "In Gran Bretagna, l'Osservatorio delle migrazioni dell'Università di Oxford ha sollevato domande sull'utilità della detenzione. La Spagna è stata criticata per i migranti alloggiati in tende, i Paesi Bassi perché trattengono i migranti in case galleggianti". Certo tutte queste situazioni differiscono in base alla posizione geografica dei paesi, e il giornale scrive "In virtù della sua lunga zona costiera e la vicinanza al Nord Africa, l'Italia deve affrontare una situazione particolare, però. Con il caos della primavera araba nel 2011, il numero di migranti che hanno attraversato il Mediterraneo verso l'Italia ha raggiunto le 62.000 persone. Anche se poi le cifre sono diminuite, infatti, lo scorso anno, sono stati 13.200 i migranti che hanno attraversato il Mediterraneo, secondo le stime dell'OIM. Nei primi tre mesi del 2013, circa 1.500 hanno tentato la traversata". Il quotidiano  intervista Gabriella Guido, coordinatrice della campagna LasciateCIE entrare. "Sono luoghi, dichiara l'attivista, sconnessi dalla società italiana, che è poco informata della loro esistenza. Sono discariche politiche e culturali che guadagnano la ribalta nazionale solo quando scoppiano le rivolte". Poi cita il rapporto di Medici per i Diritti Umani, secondo il quale solo il 50% dei trattenuti vengono rimpatriati e comunque "sono una piccolissima parte dei 440mila irregolari che si stima vivano in Italia".  Tra i casi citati dal quotidiano americano c'è anche quello di Karim, un ventiquattrenne di origine egiziana cresciuto in Italia, con una compagna italiana, al quale è scaduto il permesso di soggiorno e per questo è rinchiuso a Ponte Galeria. Ora rischia di essere rimpatriato in Egitto, Paese che ha lasciato quando era bambino e dove non conosce nessuno. Per evitarlo sono state raccolte quasi 20mila firme. Eppure, ricorda il servizio, anche l'ultimo discusso piano sui Cie del ministero dell'Interno ritiene queste strutture "indispensabili". E dà una serie di indicazioni, come l'affidamento a un gestore unico o la creazione di celle di isolamento per i fomentatori di rivolte. L'ultima testimonianza raccolta dal Nyt è quella di un tunisino che, dopo aver scontato cinque anni di prigione per traffico di stupefacenti, si è trovato rinchiuso nel Cie di Ponte Galeria. "La prigione -  dice - era organizzata meglio che qui".
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