FAO: Rapporto sulle conseguenze ambientali dello spreco di prodotti alimentari

19/09/2013 di Redazione
FAO: Rapporto sulle conseguenze ambientali dello spreco di prodotti alimentari

Sono cifre enormi quelle che illustrano la quantità di cibo sprecato ogni anno a livello globale: 750 miliardi di dollari, pari, per dare un'idea, al Pil di Turchia e Svizzera messi assieme. È quanto emerge dall'ultimo "Rapporto sulle conseguenze ambientali dello spreco di prodotti alimentari" presentato dalla Fao. A gravare è in larga parte lo spreco di verdure (23%), seguito da carne (21%), frutta (19%) e cereali (18%). La dissipazione della carne pesa soprattutto a causa dei suoi costi di produzione: ne viene buttato il 4%, ma l'incidenza economica è cinque volte maggiore. Mentre il discorso è inverso per i cereali: la quantità "buttata" è maggiore del valore economico. Il volume globale dello spreco è stimato in 1,6 miliardi di tonnellate di "prodotti primari" e in 1,3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile. Le regioni in cui il fenomeno è più marcato sono l'Asia industrializzata e il Sud Est asiatico che buttano circa il 28 e il 22% di cibo prodotto, al terzo posto c'è l'Europa con circa il 15%, seguita da America Latina e Africa subsahariana. Le regioni più parsimoniose sono America del Nord, Oceania, Nord Africa e Asia centrale. Ma i costi non sono solo economici. Anche l'ambiente risente dell'enorme mole di cibo che viene gettato nell'immondizia: stando ai dati del rapporto, ogni anno circa 3,3 miliardi di tonnellate di Co2 avvelenano l'atmosfera, una quantità che colloca lo stato "del cibo disperso" al terzo posto dopo le emissioni di gas serra prodotte da Usa e Cina. Lo studio inoltre valuta anche le conseguenze che lo spreco alimentare ha su acqua e biodiversità. Basti pensare che per coltivare, stoccare e portare sulle tavole le tonnellate di cibo che non viene mangiato, si sfrutta una quantità d'acqua pari al flusso che il fiume russo Volga ha in un anno. I motivi dello spreco sono diversi, secondo gli analisti,  e variano da paesi ricchi a paesi poveri. Nei paesi più ricchi, da un lato c'è un errato comportamento dei consumatori, dall'altro la mancanza di comunicazione nella catena di approvvigionamento. I compratori non pianificano correttamente la spesa, mentre i rivenditori spesso mandano indietro del cibo perfettamente commestibile per ragioni di qualità o estetica. Nei paesi in via di sviluppo, invece,  la maggior parte dello spreco avviene nella fase successiva al raccolto, al primo step della catena di fornitura, a causa di limiti strutturali e tecnologici nello stoccaggio e inefficenza nel trasporto, spesso combinati con condizioni climatiche favorevoli al deterioramento degli alimenti. Per sensibilizzare la popolazione mondiale al risparmio del cibo la Fao ha redatto un manuale di consigli. Il primo è ovviamente non buttare il cibo. Inoltre la Fao suggerisce di cercare di "riusare il cibo all'interno della catena umana alimentare", questo si può fare trovando mercati secondari o donando gli alimenti in eccesso a mense o a bisognosi. E se il cibo non dovesse più essere buono per il consumo umano, è possibile destinarlo al bestiame. "Non possiamo permettere - conclude il direttore della Fao - che un terzo di tutto il cibo che produciamo finisca nei rifiuti o vada perso a causa di pratiche inadeguate, quando 870 milioni di persone soffrono la fame ogni giorno".