Per i bambini soli arrivati a Lampedusa l’appoggio delle famiglie italiane

24/10/2013 di Redazione
Per i bambini soli arrivati a Lampedusa l’appoggio delle famiglie italiane

Sarebbero già 120 le famiglie italiane disposte ad accogliere i bambini senza mamme e papà sbarcati a Lampedusa. L'iniziativa si chiama "Bambini in alto mare" ed è lanciata dall'associazione Ai.Bi. (Amici dei bambini). Le famiglie disponibili abitano soprattutto in Lombardia (18,26%) e Sicilia (16,52%), seguite da Lazio ed Emilia: Milano risulta la città più accogliente seguita subito dopo da Palermo. Ai.Bi. però precisa come ad accompagnare il bambino e le famiglie nel percorso ospitalità ci saranno sia un mediatore culturale che uno psicologo. «Per questa prima fase - precisa l'associazione - abbiamo dato la priorità a famiglie più "navigate", che hanno già un bambino in affido o che hanno già accolto qualcuno in casa». Oltre alle case-famiglia l'associazione si sta già muovendo per utilizzare strutture vuote che diverrebbero preziose per l'accoglienza migranti: «Ne abbiamo individuate già cinque in Sicilia. Alcune sarebbero pronte ma c'è un problema di finanziamenti. Stiamo preparando le carte necessarie. Non ha idea di quanto i siciliani e le famiglie di Lampedusa siano attive nell'aiutare tutte queste persone». Ogni anno in Italia sbarcano circa duemila bimbi, di cui il 10 per cento circa migranti. I dati diffusi dal Dipartimento di Pubblica sicurezza e aggiornati al 7 ottobre 2013 danno cifre preoccupanti: 6297 minori arrivano da noi con le "carrette del mare", 4056 sono senza genitori. Eppure nonostante Ai.Bi abbia già lavorato all'estero in zone critiche (dallo Sri Lanka al Kosovo) ha incontrato molte difficoltà nell'organizzazione dell'emergenza di Lampedusa. L'inserimento dei minori da zero a sei anni in una famiglia, o presso una casa-famiglia, è un obbligo di legge, previsto dalla legge 149 del 2001. Per intervenire subito Ai.Bi. aprirà immediatamente una sede operativa nei luoghi di sbarco con una Comunità di Pronta Accoglienza e una rete di famiglie volontarie supportate dalle 15 sedi dell'associazione. Per accelerare i tempi però i volontari hanno rivolto un appello al ministro dell'integrazione Cécile Kyenge chiedendo indicazioni urgenti. Finora però non è giunta una risposta efficace. Quando si tratta infatti di emergenza estera le cose filano lisce grazie anche a protocolli internazionali e procedure ben dettate; qui, nel nostro paese, un po' meno: « Per lo tsunami in Sri Lanka (26 dicembre ndr)   - spiega il presidente Ai.Bi Marco Griffini - il 27 eravamo già convocati dalla Protezione civile aRoma e il28 siamo partiti con gli aiuti. Ad Agrigento e Lampedusa i miei volontari fanno il giro delle sette chiese per capire dove stanno le competenze». Carte da trovare, prefetture da chiamare. Nonostante la buona volontà e disponibilità delle autorità i lavori vanno a rilento: «Siamo senza un tavolo di coordinamento. Adesso per esempio abbiamo un problema nuovo da affrontare: nei centri ci sono molte donne gestanti. Che facciamo?». Secondo l'organizzazione, che lavora da 30 anni sul campo, il problema andrebbe affrontato alla radice: «Pensiamo - continua il presidente - che molti minori che arrivano qui in Italia siano già abbandonati. Per questo il nostro progetto prevede anche un monitoraggio nei campi profughi della Somalia e dell'Eritrea. Abbiamo per esempio una base in Kenya. Stiamo avviando un progetto. Quello che noi sospettiamo è che spesso la rete criminale contatti direttamente lì i ragazzi. Intervenire insomma già sul posto con la messa in sicurezza, l'accoglienza e un reintegro del minore nelle famiglie».