Il punto sulla Giornata della lingua Madre a Rende

27/02/2014 di Redazione
Il punto sulla Giornata della lingua Madre a Rende

La Giornata Internazionaledella Lingua Madre, celebrata al Villaggio Europa di Rende grazie alla Casa dei Diritti Sociali - FOCUS - Cosenza ed alla collaborazione del Club Unesco e dei VAS Onlus, inizia da uno sfizioso Tè del Commercio Equo e Solidale che fa pregustare il clima interculturale dell'incontro attraverso la sua miscela di foglie rossicce provenienti dallo Sri Lanka impregnate dell'aroma del nostro calabro bergamotto. Dopo i saluti di rito è Papas Pietro Lanza, Parroco presso la chiesa del  Ss.mo Salvatore di Cosenza e Rettore del Seminario Maggiore Eparchiale, a prendere la parola iniziando la prima parte dell'incontro incentrata sull'approfondimento delle lingue e tradizioni storiche che arricchisconola Calabria. Ilpopolo arbëreshë, arriva in Calabria tra il XV ed il XVII secolo, dopo la morte del condottiero Giorgio Castriota dettoScanderbeg,per sfuggire all'avanzata dei turchi. La lingua arbëreshë appartiene al ceppo indoeuropeo e si ritiene che sia una varietà del dialetto parlato nel sud dell'Albania ovvero il tosco.  Oggi è riconosciuta come lingua di minoranza etnico linguistica dallo stato in base alla legge quadro n° 482 del 15 dicembre 1999. La caratteristica peculiare più volte sottolineata dal Papas dell'emigrazione arbëreshë in Italia, nonostante qualche episodio drammatico pure storicamente verificatosi, è la completa e serena integrazione ma senza omologazione. Le comunità arbëreshë conservano infatti intatte le "tradizioni dei Padri" cominciando dalla lingua per finire alla tradizione liturgico-religiosa legata al rito bizantino orientale. L'incontro prosegue con il racconto dell'insediamento più problematico della comunità valdese di lingua occitana nella Provincia di Cosenza fatto dal Prof. Intrieri: "io sono di San Pietro in Guarano (CS) un kilometro più giù c'è la frazione di San Benedetto. In questi due luoghi si parla sempre in dialetto calabrese ma molte parole sono assolutamente diverse. La frase «Stammi a sentire» è tradotta a San Pietro con «ndringulia» e nella frazione con «asulia». Questa diversità è dovuta al fatto che i nostri paesi sono divisi dalla montagna che nel passato non favoriva le comunicazioni. Nella valle del Crati, fino a pochi secoli fa, non c'erano paesi a causa della malaria. Questo status geografico influiva sulle comunità che erano sostanzialmente isolate una dall'altra e quindi sostanzialmente straniere e alcune volte ostili. Ancora alla fine del 1800 quando i ragazzi della frazione di San Benedetto salivano a San Pietro erano accolti a pietrate. Questo sentimento di diffidenza verso lo "straniero" si ribaltava completamente però quando quest'ultimo sceglieva di dimorare nel paese. Il singolo non viene ovviamente percepito più come una minaccia e nella relazione si scopre che è portatore di usi e tradizioni nuove che stuzzicano la curiosità e rendono quella persona particolarmente attraente. I valdesi arrivano in Calabria intorno al 1200-1300. Inun primo momento le differenze religiose e linguistiche (i valdesi parlavano l'occitano) non sortirono alcun effetto negativo. Spesso, nonostante le diversità teologiche, la comunità occitana seguiva le funzioni cattoliche, battezzava in chiesa i propri figli ed officiava il funerale per i cari defunti[1]. Questo rapporto sostanzialmente pacifico si incrina con l'avvento della riforma luterana seguito dalla controriforma cattolica e quindi l'Inquisizione. Presto la questione prende una piega politica, mascherata come spesso accade da questione religiosa, e la situazione precipita. Per fare un esempio, Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero ed inflessibile difensore dell'ortodossia, visto che Lutero aveva guadagnato grandi consensi presso i principi territoriali, non può permettersi di aprire un conflitto di vaste proporzioni con gli stati protestanti della Germania e si allea sostanzialmente con questi per avere più forza nella questione dell'invasione dei turchi in Ungheria e dell'Italia dove è in guerra contro i francesi. In questo contesto le posizioni si radicalizzano, le comunità valdesi aderendo alla riforma luterana non frequentano più le funzioni cattoliche innescando un processo che evidenzia sempre più le diversità teologiche e religiose creando quella diffidenza che per secoli non si era manifestata.  Da qui le indagini dell'Inquisizione che sfociano in angherie sempre più stringenti verso le comunità valdesi che si ribellano alla proposta di convertirsi e quindi vengono brutalmente perseguitate fino a giungere alle stragi di San Sisto e Guardia Piemontese." Finita la prima parte "storica" si entra nella seconda parte di attualizzazione nel contesto odierno. Rocco Marco Moccia fondatore del gruppo musicale etnofolk dei Bashkim ci racconta una storia di tradizioni  e stili musicali che si incontrano e si contaminano vicendevolmente. Marco è di origini metà arbëreshë e metà cosentine. Nonostante i pareri dei puristi del genere che lo invitano a cantare solo in lingua albanese decide di seguire il suo istinto e di divulgare presso le popolazioni arbëreshë lo stile calabrese e viceversa. "Bashkim significa proprio unione, unità, cosa comune. Questo per superare le divisioni e cogliere il meglio dalle diverse culture. Alla fine la musica è la colonna sonora della vita e canta momenti e situazioni di vita comune. Esistono ninna nanne bellissime sia nella tradizione albanese che in quella calabrese, così come canti d'amore e serenate. I canti di protesta che uniscono le popolazioni del sud spesso soggette a "padroni" terribili. Nel nostro dialetto si usa ad esempio il termine "mi spagnu" per indicare paura con un chiaro riferimento alla dominazione spagnola." Il racconto di Marco continua con l'esecuzione di tre brani: uno della tradizione  arbëreshë, uno della tradizione calabrese ed uno di loro composizione. Infine Alice Pinto ci ha raccontato la complessità della cultura indiana con i sui tanti dialetti e la lingua inglese dei colonizzatori. "Questa diversità è vissuta però in maniera pacifica così come dovrebbe essere ovunque. Diversità come opportunità di arricchirci vicendevolmente. In primo luogo però bisogna conoscere bene se stessi e le proprie tradizioni perché solo così si possono apprezzare le convinzioni altrui senza coglierle come una minaccia per il proprio sistema valoriale. C'è una bellissima espressione in sanscrito, l'antica lingua indiana, che afferma che la sapienza è una cosa talmente potente che nessun Imperatore o Potente di questo mondo ti può sottrarre, ti può portare via, e che arricchisce tutti donandosi. Ecco perché quando arriva nei nostri paesi una persona straniera dobbiamo avere quella sete, quella curiosità che ci spinga a conoscere la sua cultura.  La sapienza veicolata dalla lingua che la traduce è un arma culturale potente.  Il messaggio raccolto in questa serata è stato prevalentemente quello condensato negli avvenimenti storici del passato che ci insegnano come le diversità hanno alla lunga portato solo un arricchimento della cultura, dell'arte e delle tradizioni di un territorio.  Facendo tesoro della storia, secondo l'espressione usata dal Prof. Intrieri, possiamo imparare a vivere meglio il quotidiano e quindi non ripetere gli stessi errori che si condensano nello spauracchio dello straniero, del clandestino che e qui per rubarci il lavoro, per prendere le nostre cose, per "convertirci" al suo stile di vita. Le comunità arbëreshë diffuse nel nostro territorio ci insegnano che è possibile una forma di integrazione senza omologazione. Questo è il primo spunto per avviare un percorso di approfondimento sulla tematica che apra percorsi per il prossimo futuro.