Per l’avvio di una riflessione sulla Giornata internazionale della lingua madre

(Antonella Selva "Sopra i Ponti" Bologna)

13/02/2014 di Redazione
Per l’avvio di una riflessione sulla Giornata internazionale della lingua madre

Si tratta di una celebrazione indetta dall'UNESCO a cominciare dal 21 febbraio del 1999, poi riconosciuta dall'ONU. La data ricorda il 21/2/1952, quando diversi studenti bengalesi furono uccisi   a Dacca dalla polizia pakistana mentre chiedevano il riconoscimento del bengalese come lingua  ufficiale (http://www.un.org/fr/events/motherlanguageday/ ).
La finalità è riconoscere il valore della diversità culturale di cui la molteplicità linguistica è un aspetto saliente e tutelare le lingue minoritarie, in particolare quelle a rischio di scomparsa perché parlate da popolazioni troppo esigue, riconoscendo nella diversità linguistica un elemento di ricchezza culturale (la lingua riflette la storia e la visione del mondo di un popolo) e di resistenza all'omologazione verso la cultura dominante. E' chiaro che nei paesi di immigrazione la celebrazione assume risvolti anche notevolmente diversi, dato che è in corso un processo di appropriazione della ricorrenza da parte dei migranti, in difesa di lingue che sono minoritarie solo nei paesi di accoglienza, ma che possono vantare comunità di parlanti anche molto numerose. La posta in gioco dunque non è la scomparsa della lingua (da questo punto di vista semmai dovrebbero destare maggiori preoccupazioni molti dialetti italiani o le lingue delle minoranze storiche come l'arberesh o il grecanico o il ladino ecc, pur riconosciute formalmente da una specifica legge nazionale di tutela) ma l'annullamento dell'identità culturale delle comunità migranti, o la sua condanna all'invisibilità o piuttosto all'impossibilità di trasmetterla alla posterità (ritornerò su questo punto che è cruciale).
Sarebbe interessante verificare se il risveglio di interesse per la diversità linguistica e la repentina trasformazione in senso plurilinguistico del nostro paese stia in qualche modo interagendo con la diversità linguistica preesistente dei dialetti e delle minoranze storiche, se non altro per riflesso, ridestando interesse popolare e/o scientifico, o se siano piani completamente separati. In ogni modo, se non altro per il principio che l'unione fa la forza, può rivelarsi utile tenere uniti i due aspetti, che  possono trarre legittimazione a vicenda.
Insegnamento dell'italiano / insegnamento della lingua d'origine
Si sarebbe portati a pensare che siano due terreni contigui; in fondo sempre di lingue e sempre di migranti si tratta! Anche sul piano delle pratiche è frequentissimo vedere iniziative appaiate, ad esempio è tipico il caso dei figli di migranti che studiano la lingua d'origine con degli insegnanti volontari della propria comunità mentre le mamme studiano italiano nell'aula accanto con volontari italiani
Siamo in entrambi i casi, sicuramente, nel campo dell'intercultura e dell'esercizio di diritti di cittadinanza, però attenzione, è bene essere consapevoli anche della profonda differenza tra i due interventi; parlare italiano per i migranti è una pre-condizione essenziale per avere accesso di fatto a diritti di cittadinanza e quindi insegnare loro l'italiano (in particolare ai nuovi arrivati, perchè per i livelli avanzati si entra già in un discorso più di scambio culturale) è un vero e proprio SERVIZIO PRIMARIO, alla stregua dell'alloggio o della mensa, cioè si fornisce uno strumento indispensabile per muoversi autonomamente in questa società. Inevitabilmente si  deve far carico di questo servizio un qualche segmento della società italiana (che sia istituzionale o della società civile); parlare BENE italiano per i figli di migranti è un fattore cruciale per il successo scolastico, un  buon inserimento sociale e una reale integrazione anche culturale (non soltanto un'integrazione "downwards", verso le fascie più basse) e in una società ideale quest'obiettivo dovrebbe essere garantito dalla scuolam che però oggi non ce la fa; l'insegnamento della lingua d'origine è cosa ben diversa:è un'espressione culturale autonoma delle comunità migranti e non può che essere gestita da queste ultime. La scuola può essere chiamata in causa in varie forme trattandosi di bambini e di istruzione (ne parleremo più avanti), ma è evidente che sarebbe quantomeno strano che fosse la scuola italiana a prendere l'iniziativa di insegnare l'arabo ai figli degli arabi, per esempio. Ma poi si potrebbe capire il caso dell'arabo, che è una lingua internazionale di prestigio ecc, ma allora tutte le altre? Oggi si contano più di 100 comunità linguistiche in Italia e di certo la scuola non potrebbe farsi carico di tutte, eppure tutte avrebbero diritto a una pari dignità culturale. Sembra quindi che sia più sensato e praticabile aiutare le comunità a organizzarsi per garantire questo insegnamento ai propri figli, non escludendo magari forme di convenzionamento con le scuole (ci sono ormai numerose esperienze  concrete in questo senso per la lingua cinese, soprattutto in Toscana, ma si vanno rapidamente diffondendo, e molte esperienze interessanti e mature in Inghilterra e altri paesi nord europei). Comunque se uno stato deve essere chiamato in causa questo dovrebbe essere soprattutto quello d'origine piuttosto che quello italiano.
Come vedono la questione i migranti di prima generazione
All'opinione pubblica italiana sfugge in generale l'importanza della cosa (anzi a livello popolare è abbastanza condivisa l'opinione espressa esplicitamente dalla Lega che contribuire all'insegnamento della lingua d'origine  - quando avviene - sia uno spreco di risorse, nella migliore delle ipotesi, e che gli immigrati se vogliono vivere qui debbano "adeguarsi" - intendendo con ciò "annullare la propria specificità culturale"). Eppure osservando le pratiche dei migranti vediamo che, non appena le comunità raggiungono le condizioni minime di stabilità e di massa critica e cominciano a nascere dei bambini, TUTTE attivano in un modo o nell'altro delle forme di trasmissione organizzata della propria cultura (più o meno efficaci) e se non ci riescono esprimono un forte desiderio di farlo.
Bisogna quindi necessariamente assumere che sia un aspetto molto importante per loro, alla stregua di un bisogno primario. Perché?
Perché è una questione importantissima, ne va del legame con la propria posterità e dunque del senso stesso della propria esistenza. Di fatto la posterità è qualcosa di cui i migranti tendono ad essere espropriati, oltre che dei diritti fondamentali, e forse è un esproprio percepito come ancora più grave. In molti progetti migratori infatti vengono messi in conto sacrifici e deprivazioni anche gravi e prolungate, in genere con il duplice obiettivo di garantire un qualche beneficio di ritorno alla propria comunità/famiglia d'origine e un miglioramento di condizioni ai propri figli / discendenti, Più difficilmente il progetto migratorio è puramente "individuale", intrapreso con il solo obiettivo di migliorare la propria posizione personale. Quello che non viene messo in conto e viene amaramente scoperto solo dopo è che la società di accoglienza "si appropria" dei figli, letteralmenteespropria i migranti della propria posterità, la percezione è che i propri figli non appartengano più ai genitori ma vengano inglobati dalla società ospitante che non è soddisfatta fino a quando non litrasformainteramente a propria immagine e somiglianza. Questo è un sentimento comune un po' a tutti (trattato con grande profondità e sensibilità ad es. da A. Sayad) anche se per fortuna con livelli di adattamento e di negoziazione molto diversi. Naturalmente c'è anche chi in nome della riuscita economica e sociale è disposto a sacrificare le proprie radici, ma il problema non è per questo risolto. Se ci pensate, è una condizione dialienazioneveramente grave trovarsi ad essere espropriato (culturalmente) dei propri figli, vedere che i tuoi figli non ri-conoscono la tua/loro storia, non condividono i tuoi valori, non parlano la tua lingua e pe rcomunicare con loro devi usare una lingua straniera, in una parolanon ti appartengono più.  Se in una certa misura questa contraddizione tocca tutti indistintamente (perché i figli crescendo si differenziano dai genitori) e da origine a conflitti familiari, i migranti provenienti da realtà culturalmente distanti la vivono in modo molto più acuto e lancinante perché laddove i genitorimainstreamsi rispecchiano nella società e nei suoi valori, i genitori migranti vivono la società come estranea e in varia misura contrapposta ai propri valori. Ebbene, le cosiddette"scuole di lingua madre"(definizione di comodo e vedremo perché) sono un tentativo (insufficiente ma importante) almeno per dire la propria in questo processo, per non subirlo passivamente tout court, per provare a creare uno spazio di negoziazione con la societàche "pretende il tributo dei figli".
Un esempio concreto ma significativo è quello (comunissimo ad esempio per gli immigrati in Francia) è quello dei nipoti che non sono in grado di comunicare con i nonni senza un interprete: penso che non ci sia immagine più evidente di cosa voglia dire tagliare le radici di un bambino che non sa più parlare con suo nonno/sua nonna.
come la vedono i figli
ovviamente il punto di vista dei figli è molto diverso.  Inevitabilmente percepiscono la gravosità di un supplemento di scuola (molto spesso poi gestita con metodi didattici  sorpassati e poco accattivanti), mentre non ne percepiscono una utilità in termini di spendibilità pratica. Non vedono la necessità di investire tempo e energie in una lingua che "non serve", dato che gli unici che la parlano nel loro entourage sono i genitori che però di solito si arrangiano anche in italiano.
Ma c'è molto di più.
bambini e adolescenti -è noto che hanno una fortissima spinta all'omologazione con i propri pari, al punto da vivere con disagio qualsiasi segno di diversità. Oltretutto la diversità della propria origine è una diversità stigmatizzante, perchè è la diversità dei poveri e dei perdenti. Il loro desiderio istintivo sarebbe quindi quello di negarla e nasconderla. E molti lo fanno. E' esperienza comune nelle scuole vedere bambini di origine straniera non parlare mai la propria lingua neppure se interrogati in proposito, avere un atteggiamento riservatissimo sulla propria casa e le abitudini che vi si praticano, da piccoli arrivare a negare la propria origine e da adolescenti esasperare i tratti omologanti dell'abbigliamento o del taglio di capelli, apprezzare i cibi italiani più di quelli "di casa propria" ecc. Purtroppo dalla società italiana di solito ricevono un feed back positivo per quesa loro iper-assimilazione e non solo dal gruppo dei pari , ma spesso ancora oggi addirittura dagli insegnanti.
Ci si potrebbe quindi chiedere: perché allora tormentarli? Perché, se il loro bisogno è di mimetizzarsi, andare a sottolineare la diversità?
La risposta secondo me è complessa e non univoca:
- una prima considerazione: la propria origine, la propria famiglia non è un accidente irrilevante nella propria vita, ma un aspetto fondante della propria personalità. Da lì non si scappa. E' meglio quindi capirla e assumerla, e poi magari prendere le distanze con consapevolezza, ma mimetizzarsi sperando che non si noti l'origine africana o cinese è una fatica inutile e frustrante (più facile il mimetismo per gli europei, ma anche per loro le differenze culturali prima o poi vengono fuori).  Chi ha una differenza somatica o anche solo un cognome diverso si vedrà per tutta la vita rimbalzare addosso l'immagine di "straniero", è meglio quindi che impari a fare i conti con la sua cultura d'origine, e il metodo migliore è imparare a conoscerla veramente e impadronirsene, acquisire gli strumenti per elaborarla quando sarà il momento;
- anche al di là degli aspetti pratici, immaginando che un/a ragazzo/a riesca a dissimulare la propria diversità, che cose significa in termini psicologici negare la propria origine, vergognarsi della propria famiglia, della propria lingua madre? Beh, gli esiti possono essere vari, ci sono anche persone "resilienti" che superano brillantemente tutte le difficoltà, ma è più facile che un simile vissuto lasci dei segni pesanti nella personalità del giovane, in termini di insicurezza, di bassa autostima, di non riconoscimento di valori e regole di convivenza come conseguenza del non riconoscimento dell'autorevolezza dei propri genitori... In fin dei conti disprezzare la propria origine significa disprezzare sé stessi
- sul piano più strettamente linguistico e dell'apprendimento, gli studi più recenti riconoscono una grandissima importanza alla lingua madre nello sviluppo delle facoltà cognitive, quasi come se esistesse una sorta di grammatica fondativa della comunicazione che l'individuo apprende in età precocissima attraverso la lingua materna (cioè la prima lingua che si impara) che gli garantisce poi le competenze comunicative che in seguito potrà utilizzare in altre lingue apprese successivamente. L'individuo che ha una competenza debole nella lingua materna farebbe  secondo questa teoria più fatica nella L2 e nella sfera cognitiva in generale. La domanda quindi è: quanto del conclamato insuccesso scolastico dei ragazzi stranieri ha origine sociale e quanto ha invece origine psicologica, anche a causa della negazione di sé e della prorpia origine?

giovani adulti -se si parla con dei giovani che abbiano superato la fase dell'adolescenza, il discorso cambia radicalmente. In generale si percepisce un rimpianto per la scarsa conoscenza della propria cultura d'origine, per le opportunità mancate di acquisire bene la propria lingua. C'è il fenomeno dei giovani che cercano di recuperarla attraverso gli studi universitari (quando ne hanno la possibilità), ed è una riappropriazione elaborata, profonda e culturalmente produttiva; c'è il fenomeno dei giovani che compensano le gravi lacune culturali con l'adesione a modelli ultra-tradizionalisti e dogmatici. E c'è la maggioranza che si adegua a vivere con un sentimento di inadeguatezza e frustrazione in un angolo della loro personalità ma mancano degli strumenti culturali per compensarla.
Tuttavia è curiosa l'indulgenza mostrata dalla mentalità corrente (anche tra molti insegnanti) verso la scarsa motivazione di bambini e adolescenti verso lo studio della lingua d'origine: se chiedete a loro mostreranno altrettanto scarsa motivazione a studiare matematica o chimica o inglese, per non parlare del latino (il latino appunto: non è la nostra lingua madre, non la parla più nessuno, non ha un'utilità pratica e spendibile se non per chi voglia fare l'archeologo o il papa - e non sono molti - perché continuare a proporlo ai giovani? Eppure nessuno ne mette in dubbio il senso, no?). Eppure non c'è la stessa indulgenza in questi casi, i motivi sono evidenti e i ragazzi percepiscono questi segnali immediatamente!
La problematica è certamente molto complessa, ma se una cosa appare chiara è che il processo di formazione della personalità per i figli dei migranti incontra più difficoltà che negli altri casi, per cui è logico ritenere che più strumenti questi ragazzi hanno, anche di tipo culturale, e più possibilità avranmo di riuscire a elaborare le contraddizioni che sono costretti ad attraversare.
Le pratiche
dicevo che "scuole di lingua madre" è una definizione di comodo. Infatti la lingua madre è l'unica lingua che non si impara a scuola e nessuno può ricordare come ha imparato le prime parole, si impara senza regole, senza libertà, senza volontà, ma un fattore chiave è necesario: una relazione densa(con la madre o chi per lei). E' la prima lingua che il bambino apprende (di norma dalla propria madre, anche se in casi particolari può non essere così) mentre impara a conoscere ilmondo, la parola della madre che nomina un oggetto per il bambino in un certo senso si può dire che "crea" l'oggetto nella mente del bambino. E' una lingua fondata e intrecciata inestricabilmente con l'affettività, densa di senso, non solo di significati (vedi ricerche di Elisabeth Jankowski, università di Verona, qualcosa si trova qui:  http://www.venetieventi.it/ipse_dixit/biblioteca/elisabeth_jankowski_4.htm ), per cui è evidente che non si può parlare tecnicamente discuola.
Allora di cosa si tratta?
In realtà le pratiche sono varie, si va da corsi di lingua di tipo standard a incontri informali tra bambini e adulti della stessa comunità, oltre alla lingua, che può essere quella effettivamente parlata  nella zona d'origine oppure la lingua ufficiale dello stato, o una lingua transnazionale come l'arabo standard, alcune realtà cercano di trasmettere nozioni di storia e geografia del paese d'origine e/o elementi della cultura tradizionale come canti, danze, mitologia, religione.
Il senso generale quindi è quindi quello di riconnettere in qualche modo le nuove generazioni, nate o socializzate in Italia, con quella che si ritiene sia la propria storia.
Le modalità possono essere le più varie, dai piccoli gruppi informali in appartamenti privati a gruppi in qualche modo formalizzati nelle moschee, all'utilizzo nei casi più fortunati di spazi pubblici come biblioteche o locali comunali e nei casi fortunatissimi locali scolastici. Gli insegnanti/educatori sono di norma volontari e quindi il livello qualitativo è quello che si trova sul campo e può variare da comunità a comunità e da città a città (le comunità asiatiche e dell'est europeo sono solitamente più preparate di quelle africane per conseguenza della diversità dei flussi migratori che dalle terre africane portano in Italia gi strati più diseredati).
In considerazione delle implicazioni psicologiche cui si faceva riferimento, è chiaro che proporre lo studio della lingua madre in un retrobottega o in locali scolastici fa una bella differenza quanto alla legittimazione, oltre che alla funzionalità.
A causa della diffidenza delle istituzioni e dell'opinione pubblica verso queste pratiche, esse tendono spesso a non mostrarsi troppo sicché un censimento e una classificazione sistematica di queste esperienze è molto difficile.