Una class action contro la movida “illegale”

13/03/2014 di Redazione
Una class action contro la movida “illegale”

Nato un mese fa a Torino, il «Coordinamento nazionale contro la movida» registra già numerose adesioni anche nella capitale. Il coordinamento riunisce i comitati di 18 città italiane che si battono per il decoro e la vivibilità notturna delle zone dedicate «allo sballo», per usare il loro termine. E nella Capitale già pensano a una class action collettiva, rivolgendosi alla Procura della Repubblica. «Il fenomeno è ormai globale - afferma Filippo Di Robilant, del Comitato di piazza della Pollarola e del Teatro di Pompeo (Campo de' Fiori) -. È inutile che ognuno pensi solo al suo quartiere. Adesso la cosa più importante da fare è una sorta di class action, una denuncia collettiva alla Procura della Repubblica per il degrado e l'illegalità di questi locali».
Come spiega l'ideatrice del Coordinamento, Simonetta Chierici di Torino, «l'obiettivo è essere propositivi e confrontarci con istituzioni locali nazionali per arginare il fenomeno e regolamentarlo. Il problema non è quello di nuove leggi, ma che siano osservate».
La coordinatrice romana è Dina Nascetti di «Vivere Trastevere»: «L'unione fa la forza - dice -. Così i nostri amministratori capiranno che dovranno prendere delle decisioni e tenere presente la sentenza della Corte Costituzionale che dà potere ai sindaci di limitare gli orari di somministrazione di alcolici».  Il consigliere del I municipio Nathalie Naim ricorda come «in seguito alle liberalizzazioni selvagge del decreto "Salva Italia" del 2011 le situazioni nei luoghi della movida sono esplose, perché i Comuni non hanno adottato le contromisure che erano pure previste per la salvaguardia degli interessi costituzionalmente garantiti: vivibilità, salute e sicurezza. In determinati ambiti si potevano adottare limitazioni per l'orario di vendita degli alcolici, si poteva impedire l'apertura di alcune attività commerciali». Il 12 marzo al Coordinamento nazionale ha aderito anche anche il Coordinamento residenti città storica perché, dicono, «è un fatto di difesa della convivenza civile. Ci piacciono le città vive e le comunità giovanili, ma ci deve essere un senso del limite».