Braccianti schiavi: l’inganno dei trafficanti di esseri umani

24/04/2014 di Redazione
Braccianti schiavi: l’inganno dei trafficanti di esseri umani

Arrivano a migliaia dal Punjab, hanno pagato anche seimila euro con la promessa di un lavoro, ma una volta in Italia restano preda dei "caporali" che li costringono a turni massacranti nei campi a due-tre euro l'ora. E scaduto il permesso di soggiorno come stagionali sono costretti a lavorare gratis per ripagarsi il viaggio di ritorno. Sfruttati fino allo schiavismo e vessati da chi affitta loro la casa, in nero e a prezzi esosi.
Già il primo Rapporto su caporalato e agromafie, realizzato da Flai Cgil, denunciava l'esistenza di circa 700mila lavoratori fra regolari e irregolari, di cui circa 400mila coinvolti in forme di caporalato. Braccianti che affluiscono nelle campagne, partendo da altre nazioni oppure spostandosi internamente, fra regione e regione, a seconda delle necessità della produzione e della lavorazione di prodotti agro-alimentari. Sono loro i malcapitati protagonisti di questo fenomeno di sfruttamento al limite della schiavitù.
Oggi in Italia, secondo l'ultimo rapporto della Cgil, il fenomeno riguarda circa 100mila braccianti, di cui 35mila solo nella provincia di Latina. Si tratta di una fetta della popolazione assolutamente invisibile, un fenomeno più volte denunciato ma comunque  sommerso. Dopo l'indignazione generale, nulla è cambiato, perché il cibo arriva sulle nostre tavole anche grazie a loro.
Questo fenomeno è inestricabilmente connesso ai gruppo mafiosi: l'agricoltura è uno dei settori preferiti per il riciclaggio dei soldi dalle organizzazioni criminali tradizionali che condizionano fortemente il settore agroalimentare. E l'influenza mafiosa non si limita alla produzione e al raccolto: anche i mercati dell'ortofrutta sono stati influenzati, infiltrando anche la grande distribuzione.
La storia di Kumar, indiano del Punjab, è simile a quella di migliaia di altri migranti giunti in Italia per rifarsi una vita, e che invece trovano una situazione profondamente diversa da quella promessa dai trafficanti che organizzano il viaggio. Kumar ha pagato circa seimila euro ai trafficanti di uomini, ma non per trovare una situazione migliore: per diventare schiavo. Oggi lavora circa 12 ore al giorno, seminando i campi in provincia di Latina. E guadagna meno di tre euro l'ora. È partito dieci anni fa, appena diciottenne, per essere sfruttato dall'altra parte del mondo, per guadagnare pochi euro al giorno, soldi che servono per affittare un appartamento decrepito a prezzi da strozzinaggio.
E non è la situazione peggiore che questi migranti possono trovare: molti non guadagnano nemmeno quei pochi euro a giornata, per risarcire un debito inventato dai loro sfruttatori, che pretendono continuamente altri soldi con la scusa che servono per pagare il permesso di soggiorno, in realtà gratuito.
Per raggiungere l'Italia i braccianti indiani arrivano a pagare alle organizzazioni che trafficano esseri umani anche 8mila euro, in cambio di un biglietto aereo e del permesso di lavoro stagionale, della durata di tre mesi. Per pagare questa somma le loro famiglie si indebitano, a volte anche interi villaggi si indebitano, e ciò fa sì che migranti come Kumar rimangano incastrati in questi circuiti di sfruttamento e ricatto.
I braccianti vengono ingaggiati dai caporali, che all'alba li caricano sui furgoni per portarli a seminare o a raccogliere nei campi delle aziende italiane. Al magro stipendio della giornata - i braccianti guadagnano, se guadagnano, tra i 2 e i 3 euro l'ora - vengono detratti ogni giorno: 5 euro per il trasporto, 3,50 euro per il panino, 1,50 euro per una bottiglia d'acqua.
Sopra il caporale - ultimo anello della catena di sfruttamento - c'è un faccendiere che gestisce il giro delle case, degli affitti e dei permessi di soggiorno, che a sua volta fa capo al boss della malavita locale che gestisce il traffico di uomini.
Nel mezzogiorno 9 lavoratori stranieri su 10 impiegati nella raccolta intensiva non hanno contratti regolari, al centro sono il 50 per cento, il 30 per cento al nord. Oltre il 60 per cento degli stagionali, poi, non ha accesso all'acqua corrente e ai servizi igienici, più di 7 su 10 hanno malattie legate allo sfruttamento. "Nel nostro paese si può azzardare una stima di 100mila braccianti gravemente sfruttati, in cinquemila vivono in condizioni di schiavismo vero e proprio - spiega Francesco Carchedi, docente di Sociologia alla Sapienza di Roma - Sono assoggettati, ricattati, vivono in condizioni igieniche indecenti, spesso vengono ghettizzati. Molti vengono anche picchiati: abbiamo documentato che i caporali hanno una fortissima capacità di intimidazione. E che prendono una percentuale sul lavoro degli immigrati".
La situazione è particolarmente critica nel Mezzogiorno. In Puglia, a Rignano Garganico, esiste un vero e proprio ghetto destinato ai lavoratori dell'industria del pomodoro, che sono per la maggior parte africani. In estate ci vivono circa 1500 persone, e di inverno tra le 400 e le 600. Al Nord i braccianti vengono prevalentemente dall'Est Europa, e vengono pagati con gli stipendi di quei paesi, che non superano i 300 e i 400 euro al mese.
La situazione abitativa è drammatica in tutto il Paese. Molti lavoratori vivono in baraccopoli, fatte con case di fortuna, tende oppure container messi a disposizione da Caritas, Coldiretti o dai Comuni. Altri vivono nelle stesse serre dove lavorano di giorno, o nei templi dove pregano. Altri ancora affittano le case degli italiani a prezzi esagerati, dormendo in condizioni di sovraffollamento in appartamenti minuscoli e pagando bollette gonfiate. Il padrone di casa di Kumar gli ha portato una bolletta dell'elettricità di 575 euro, ed ha minacciato di sparargli nel caso si fosse rifiutato di pagare.
L'idea di tornare a casa spesso non è nemmeno contemplabile: Kumar dice di non avere i soldi per tornare, e che comunque non vorrebbe rientrare a mani vuote una volta che la famiglia si è indebitata per lui. Altri invece restano perché convinti di dover saldare un debito con il "padrone".
La Flai, insieme a Cisl e Uil, si sta mobilitando per porre fine a questa situazione vergognosa. Ha presentato una proposta di legge per rendere trasparente il mercato del lavoro nel settore agricolo. Nel frattempo si attende anche l'esito dei processi: il processo Dacia, nel tarantino, vede imputate 17 persone, con l'accusa di tratta di esseri umani e caporalato, e il processo Sabr, che ha visto l'arresto di 7 imprenditori e 9 caporali, accusati di associazione a delinquere finalizzata al traffico di esseri umani. Il problema principale è che si tratta di reati difficilmente provabili, e ciò fa sì che la condanna sia un esito altamente improbabile.