I “Migrants Files”, mappatura delle morti nel Mediterraneo

10/04/2014 di Redazione
I “Migrants Files”, mappatura delle morti nel Mediterraneo

Dal monitoraggio dei dati dal 2000 ad oggi, sono state oltre 23 mila le persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo, una media di decessi annui superiore ai 1.600, il 50% in più rispetto alle stime ufficiali divulgate. L'esistenza di questo cimitero sommerso desta spesso l'interesse dei media e a volte l'approssimazione dei dati rischia di produrre danni e inesattezze nelle informazioni. Per questo, dieci giornalisti con la collaborazione di diverse agenzie, tutti finanziati da Journalismfund.eu, si sono cimentati nella creazione di un progetto prezioso e utile. I "Migrants Files" (http://www.detective.io/detective/the-migrants-files) sono un grande database che riunisce tutte le varie fonti di dati competenti con l'unico scopo di costruire una base di dati unica e il più attendibile possibile sul fenomeno dei migranti che muoiono nel tentativo di raggiungere la terra. Il conteggio parte dal 2000 e benché sia la fonte più autorevole mai prodotta, la portata del fenomeno e dei decessi fa sì che molte vittime non vengano mai registrate. I Migrants Files nell'ultimo periodo hanno concentrato l'attenzione mediatica mondiale sulla questione Lampedusa, identificando la tratta mediterranea tra l'Africa e il Sud Italia come una delle più pericolose nel mondo; un vero e proprio cimitero sottomarino: tra il 2000 e il 2013 almeno 6,800 tra donne, uomini e bambini sono morti nel tentativo di raggiungere Lampedusa (8.000 se si fa "zoom out" e si include nella mappa il Canale di Sicilia) per la stima inquietante di un migrante ogni 60. L'aspetto più macabro e complicato dell'intera questione, tuttavia, resta quello del rimpatrio dei cadaveri: in Italia, la normativa che disciplina l'iter per il rientro dei cadaveri nei paesi non aderenti alla Convenzione di Berlino del 1937 è lungo e costoso. È necessario l'intervento delle autorità consolari in Italia dello stato estero, delle autorità giudiziarie locali, dell'ASL e in alcuni casi del Ministero della Salute. L'autorizzazione al rimpatrio viene rilasciata in lingua italiana e gli oneri, la traduzione e la legalizzazione nella lingua del Paese di destinazione sono interamente a carico dei destinatari (delle loro famiglie, nel raro caso in cui queste ci siano e dispongano della possibilità economica), senza considerare i costi stessi del trasporto. Gli oneri complessivi dell'operazione sono altissimi: soltanto per il trasporto della salma dalla località di residenza all'aeroporto la tariffa minima è di 1 euro al chilometro con una spesa che può arrivare fino a 4.000 euro. I costi di trasporto internazionale variano in base all'aeroporto di partenza in Italia, del paese di destinazione, del periodo dell'anno e del vettore e possono arrivare fino a 2.600 euro per ogni salma, spesso ci vogliono mesi per completare le operazioni. Gli interrogativi etici che sorgono dall'ingerenza di tali trasporti, se si considera che il costo per garantire un'accoglienza e un'esistenza dignitosa ai rifugiati si aggira sui 30 euro al giorno, hanno una difficile risposta: è necessario per i paesi di provenienza dei migranti che perdono la vita riottenere le loro salme? E per le loro famiglie? Lo è per il nostro paese, far fronte a tali spese mentre gli stessi fondi potrebbero essere investiti per potenziare e incrementare l'accoglienza di chi raggiunge la nostra terra in un momento così difficile e carico di fenomeni migratori?
È curioso che finora il problema dei morti e dei dispersi ufficiali sembra non aver riguardato nessuno. Frontex, l'organismo comunitario che dal 2004 ha il compito di monitorare i transiti migranti, non si occupa della raccolta e della diffusione di dati specifici sul fenomeno poiché, come comunicato dal direttore esecutivo, l'agenzia non ha questa mansione specifica e tantomeno dispone delle risorse umane ed economiche necessarie a questa indagine. I Migrants Files pertanto nascono dall'incrocio di diverse fonti: i dati sui naufragi censiti da Gabriele Del Grande, giornalista e curatore dell'osservatorio Fortress Europe, il monitoraggio realizzato da UNITED for Intercultural Action e il progetto PULS dell'Università di Helsinki in collaborazione con il Joint Research Center of the European Commission. Prima di questo progetto, i report degli ultimi anni rivelavano 87.114 migranti salvati dal 2001 al 2011 mentre il conteggio delle vittime era irragionevolmente basso (circa 20 morti e 8 dispersi), sintomo questo di un'informazione viziata e poco attenta. L'auspicio per i Migrants Files quindi, composti con tutti i migliori ferri del mestiere, è che divengano un prezioso sussidio per i lettori e per gli addetti ai lavori che pretendono e necessitano di una mappatura reale delle morti dei migranti, libera dai vizi mediatici.