Rwanda, vent’anni dal genocidio. L'incontro del 7 aprile.

10/04/2014 di Redazione
Rwanda, vent’anni dal genocidio. L'incontro del 7 aprile.

Nell'estate del 1994, in Rwanda si consumava una delle più grandi tragedie umanitarie dell'ultimo secolo: nel giro di tre mesi, tra il 6 aprile e il 19 luglio 1994, un milione di cittadini Tutsi e Hutu moderati venivano trucidati dagli estremisti appartenenti alla maggioranza Hutu. Il 7 aprile 2014, in occasione del Ventennale del Genocidio del Rwanda, Bene Rwanda Onlus ha organizzato, presso la Sala Protomoteca del Palazzo del Campidoglio a Roma, una manifestazione per ricordare i fatti accaduti. L'iniziativa ha visto l'adesione di ospiti autorevoli, tra cui Yolande Mukagasana, sopravvissuta al genocidio, attivista per l'assistenza ai sopravvissuti, scrittrice e vincitrice della menzione UNESCO per l'educazione alla pace.
Il programma ha previsto un primo dibattito alle ore 9.30, moderato da Francoise Kankindi, presidente dell'associazione Bene Rwanda, con la partecipazione di Gianluca Peciola, vice presidente della Commissione Cultura in Campidoglio; Milena Santerini, professoressa dell'Università Cattolica di Milano; Paolo Ricca, presidente della Tavola Valdese e Francesco Alicicco, Console Onorario del Rwanda in Italia. Fabio Graziosi, responsabile UNRIC per l'Italia, ha letto inoltre il messaggio ufficiale del Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, nel quale egli ammette che vent'anni non sono stati sufficienti a cancellare la vergogna  del mancato intervento dell'ONU per fermare il massacro.
Alle 10.30 è intervenuta Yolande Mukagasana. "Abbiamo subìto ma viviamo. Non abbiamo dimenticato ma continuiamo a vivere". Con queste parole ha raccontato la sua drammatica vicenda di rescappée, unica sopravvissuta della sua famiglia al genocidio.
A partire dalle 11.30 il dibattito, moderato da Federigo Argentieri, professore di Scienze Politiche alla John Cabot University, si è focalizzato maggiormente sugli aspetti internazionali e sul ruolo dell'Occidente nella tragedia ruandese, con la partecipazione di Staffan De Mistura, già funzionario ONU e vice Ministro Affari Esteri, e Karel Kovanda, già vice direttore generale della Commissione Europea e Rappresentate Permanente della Repubblica Ceca presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite proprio nel 1994. Il vivace dibattito ha mostrato come sia una storia ancora controversa quella del genocidio ruandese, ne è dimostrazione la recente crisi diplomatica fra Rwanda e Francia, che ha cancellato all'ultimo minuto la sua partecipazione alle celebrazioni di Kigali, dopo che il presidente ruandese Paul Kagame aveva ribadito le accuse di complicità nel genocidio nei confronti dell'allora governo francese. Un concetto sostenuto anche da Francoise Kankindi, presidente di Bene Rwanda Onlus: "La ventesima commemorazione ci richiede di scolpire nella pietra la storia del genocidio dei tutsi in Rwanda, perché non deve sussistere alcun dubbio che lascia spazio ai negazionisti o a coloro che continuano a negare le loro responsabilità; la Francia, in particolare, non potrà continuare a negare all'infinito il suo diretto coinvolgimento nel genocidio della nostra gente, perché oramai, a distanza di anni, abbiamo raccolto prove a sufficienza per confermare quello che già molti di noi sapevano fin dall'inizio dei massacri".
Nel pomeriggio, alle 15.30, si è aperta una tavola rotonda moderata da Marie Claire Safari, Presidente dell'associazione Umubyeyi Mwiza; con la presenza del regista Alexandre Dauge-Roth, autore del libro "Writing and filming the Genocide of the Tutsi in Rwanda: dismembering and remembering traumatic history"; dello scrittore  Daniele Scaglione; di Musa Valens, studente sopravvissuto al genocidio e di Enzo M. Le Fevre Cervini, direttore del Budapest Centre for the International Prevention of Genocide and Mass Atrocities.
La giornata si è chiusa, alle ore 17.00, con la presentazione e la proiezione in anteprima italiana del film, vincitore del premio come miglior documentario al Silicon Valley African Film Festival "La notte del Rwanda" di Gilbert Ndahayo, sopravvissuto al genocidio che, presente alla proiezione, ha offerto la sua toccante testimonianza al pubblico.
All'evento eravamo presenti anche noi Emanuela Greco e Anna Benedetto, due giovani in Servizio Civile Nazionale con FOCUS-Casa dei Diritti Sociali. Al di là del resoconto formale, teniamo a sottolineare il nostro personale punto di vista sulla giornata. Come è possibile immaginare, le testimonianze dei sopravvissuti hanno creato a più riprese una commozione palpabile, lasciando spazio a riflessioni profonde sul senso di ciò che è successo in quei cento giorni in Rwanda e su quanto la memoria di ciò che è accaduto debba diventare patrimonio collettivo dell'umanità.
Dal nostro punto di vista, gli assoluti protagonisti della giornata sono stati i testimoni invitati a raccontare la loro storia, prima tra tutte Yolande Mukagasana. "Non abbiate paura di soffrire", queste le sue parole mentre ripercorre gli orrori di quei giorni e, nonostante l'ira mentre rivolge le sue accuse nei confronti delle forze armate francesi, conserva la dignità di una madre e una moglie privata dell'affetto dei suoi cari. Altrettanto emozionanti le parole di Valens Musa: "Avevo nove anni quando la mia famiglia è stata sterminata e io mi sono ritrovato solo. Continui a chiederti perché?. E poi realizzi che l'unica cosa che vorresti è chiacchierare con tuo padre, chiedergli se è orgoglioso di te. Noi vogliamo essere aiutati, ma non si parla solo di un aiuto economico. Abbiamo bisogno di un abbraccio, un sorriso, una parola di conforto". Infine, la testimonianza del regista del film "La notte del Rwanda", Gilbert Ndahayo: "All'epoca avevo 17 anni, sapevo solo ballare hip-hop e correre.  Ora sono laureato in Economia e matematica e, a proposito di numeri, quante persone ci vogliono per uccidere un uomo? Sapete quanti machete sono stati acquistati dal Rwanda per compiere il genocidio? Il Rwanda non ha una sola fabbrica di machete, provenivano dalla Cina, passando per l'Egitto".
In ogni testimonianza alla quale abbiamo assistito, era forte la voglia di mettere in gioco se stessi e le proprie emozioni. Per ognuno di loro è difficile riuscire ad aprirsi, ma la necessità di raccontare e dare dignità al loro dolore e alla morte dei cari sembra essere l'unico mezzo per riuscire a recuperare un contatto tra ciò che è accaduto e ciò che deve ancora accadere, il passato e il futuro non solo dei protagonisti stessi, ma di tutti. Quando si parla di "genocidio", la "memoria" come "antidoto" al ripetersi di certi orrori è quasi retorica. Purtroppo, il riproporsi di guerre e massacri come quello che da mesi sta dilaniando la Repubblica Centrafricana, ci ricordano che la memoria non basta. Ma, come ha spiegato Yolande Mukagasana:  "Abbiamo ricostruito la nostra nazione sulle macerie. Ci siamo ritrovati dopo il genocidio e non avevamo più niente. Quando vedo i giovani assistere a queste commemorazioni mi spingo a sperare che il mondo andrà meglio". Siamo fermamente convinte che consapevolezza voglia dire responsabilità e quando ricordare significa condividere coscienza di fatti, eventi ed emozioni, la memoria diventa uno strumento di libertà nelle mani dell'interlocutore. Libertà di impegnarsi nella costruzione di un mondo che anche se a fatica, si impegni ad essere migliore. E questa non è retorica. Siamo noi due e tutte le altre persone presenti all'incontro che, uscite da lì, abbiamo portato dentro di noi un po' della storia e della vita di coloro che abbiamo avuto il privilegio di ascoltare.
"Finché una persona non sa riusciamo a perdonarla se non capisce, quando sa diventa imperdonabile".