Bioresistenze. Cittadini per il territorio: l'agricoltura responsabile.

29/05/2014 di Redazione
Bioresistenze. Cittadini per il territorio: l'agricoltura responsabile.

Il 22 maggio a Roma, presso la sede del Cesv, è stato presentato il nuovo volume curato da Guido Turus del Mo.V.I. (Movimento di Volontariato italiano) realizzato con la collaborazione della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) dal titolo "Bioresistenze". Questo è un libro fotografico che testimonia con cura e sensibilità alcune preziose dimensioni italiane in cui l'agricoltura riveste ancora - e di nuovo - un valore fondamentale e un significato particolare rispetto alle altre attività umane. L'agricoltura e il gesto del coltivare e curare la terra come realizzazione dell'individuo civile, "la terra è quel che sicuramente resterà quando noi moriremo" ripeteva Guido Turus, legando non solo lessicalmente la storia della resistenza partigiana alla bioresistenza, entrambe realtà costruite per non esaurirsi con i propri artefici, ma restare in consegna ai figli dei nostri figli. Per inquadrare meglio il tema vasto dell'agricoltura (e dell'alimentazione) è quindi necessario mettere a fuoco il concetto di terra come bene comune, una zona fisica ma anche spirituale da preservare dagli abusi edilizi, dall'inquinamento e dalle mafie. In questo tempo di crisi finanziaria e poi sociale destinata ad approfondirsi è importante non rischiare di disumanizzarsi: il contatto personale con quel che è destinato a diventare un "consumo" e la partecipazione generale al bene comune fanno parte di una resistenza sociale positiva e necessaria. Nella cura dell'ambiente naturale e nel sapiente e rispettoso utilizzo delle sue risorse l'uomo legittima la propria esistenza su questo pianeta, in qualche modo trovando anche una risposta alla crisi stessa: il momento in cui viviamo è l'evidenza del fallimento di un certo paradigma dello sviluppo e della felicità umana, e la sfida in questi anni è proprio nel coraggio di cambiare prospettiva. Coltivare e raccogliere i frutti di questo mondo nuovo insegna la pazienza, il senso di responsabilità verso sé e verso gli altri e soprattutto un senso superiore di solidarietà. Il senso del limite delle risorse disponibili (umane e terrene) ci insegna il prezioso valore dell'aiuto, del cambio e il ridimensionamento delle nostre pretese, ovvero dei nostri consumi nel mondo: le nostre scelte personali sono sempre più spesso orientate da quest'esigenza di cambiamento e negli ultimi anni abbiamo fatto più attenzione al consumo dell'elettricità e dell'acqua, alla produzione di rifiuti e alla loro raccolta con un intelligente riuso, tendiamo più a riparare che sostituire e a usare di meno l'automobile in favore di una passeggiata in più. L'evoluzione naturale di questa nuova attenzione conduce lentamente ad una riscoperta e rivalutazione dei propri territori fertili e un aspetto particolarmente importante su cui fa fuoco il lavoro di Bioresistenze è quello del riutilizzo sociale dei beni confiscati. Il 7 marzo 1996 fu approvata la legge n.109 che consentiva la confisca dei terreni agricoli alla mafia grazie ad una grande campagna con raccolta firme di Libera che si batteva da anni per la riconsegna di tali beni agricoli alla comunità. Ad oggi, la maggior parte delle esperienze di riutilizzo sociali dei beni confiscati è condotta da cooperative sociali ed esperienze imprenditoriali fondate su principi cooperativi che hanno scelto di includere nella propria forza lavoro persone che provengono da esperienze di marginalità ed esclusione, quali tossicodipendenti, detenuti e disabili. Una bella occasione per praticare la democrazia all'insegna dell'uguaglianza e delle pari opportunità che va supportata e alimentata. Tra le varie realtà raccontate e fotografate in Bioresistenze c'è anche il caso sardo, dove in dieci anni c'è stata una profonda e sensibile involuzione che configura il territorio in una grave fase di declino colturale: resistere vuol dire anche essere una piccola cooperativa in una condizione ostile che si oppone all'industrializzazione delle pratiche di agricoltura e allevamento costruendo con pazienza e tenacia un'alternativa. I casi di studio sardi dimostrano che in tempo di crisi e instabilità economica e politica le innovazioni sociali dal basso non solo possono costituire una risposta concreta ma anche diventare modello di uno sviluppo alternativo e sostenibile, movimentando i paesaggi del cibo locali, che sono più reattivi e dinamici di quanto la propaganda agroindustriale non ci dia a intendere.
"Impegno e responsabilità non sono prerogativa di alcuni ma concreto esercizio di cittadinanza possibile per tutti" scrive Guido Turus nella premessa del volume. Che questa sia promessa e auspicio per un futuro in cui il consumo dei frutti e la cura delle radici sia il predicato naturale della democrazia.