Nuovo appello di Amnesty International contro la tortura

15/05/2014 di Redazione
Nuovo appello di Amnesty International contro la tortura

Amnesty International ancora una volta denuncia l'utilizzo della tortura e i governi che tendono a giustificarla nel nome della sicurezza nazionale. La parola "tortura" non compare più tra le tecniche coercitive contemplate, facendo posto a perifrasi o eufemismi come "trattamento robusto" o "pressione fisica", ma mentre cambia il lessico i gesti non cambiano: sono sempre designate le sevizie. Con tecniche arcaiche mutuate dal Medioevo o sistemi più moderni, meno sanguinosi ma altrettanto dolorosi, sempre di tortura si tratta: dalla privazione del sonno, all'obbligo di mantenere posizioni corporee dolorose, al famoso "waterboarding", alla costrizione a guardare immagini disturbanti. La gran parte degli stati che praticano ancora la tortura hanno firmato nel 1984 la Convenzione delle Nazioni Unite, che vieta la tortura chiamandola per nome. Sono passar trent'anni dal giorno delle firme, strappate con mobilitazioni massicce, e oggi Amnesty lancia una nuova campagna per informare e allarmare sui "finti" progressi compiuti: progressi linguistici forsi, non sostanziali e sopratutto non nel rispetto dei diritti umani. La conservazione di tali pratiche e in alcuni casi l'incremento è da leggere anche nella circostanza dell'emergenza terrorismo, situazione particolare in grado di far fare passi indietro anche legislativi a molti paesi occidentali, tuttavia resta di fatto una scarsa cultura dei diritti umani in 141 dei 155 paesi firmatari della Convenzione Onu. Inoltre, data la segretezza delle pratiche, è probabile che il numero reale dei paesi che ancora praticano la tortura sia molto più alto. Secondo un sondaggio di GlobeScan condotto in 21 paesi, 82 persone su 100 pretendono leggi rigorose contro la tortura, 44 su 100 temono di provarla se arrestati e 36 la ritengono legittima solo in casi eccezionali. L'Europa rispetto al resto del monde gode di una situazione migliore nel complesso, eppure il caso italiano è particolare: l'Italia ha ratificato la Convenzione Onu, ma non ha mai inserito il reato di tortura nel codice penale e ora è all'esame della Camera un testo approvato in Senato che penalizza con sanzioni più pesanti l'esercizio di tortura se praticato da un pubblico ufficiale, per scoraggiare casi come il G8 di Genova che secondo Amnesty International in Italia non è un caso isolato ma semplicemente il più famoso. La mancanza di un reato specifico a punire la tortura nel nostro paese troppo spesso ha concesso ai condannati di usufruire della prescrizione o dell'indulto.