Ancora bocche cucite al Cie di Ponte Galeria

31/07/2014 di Redazione
Ancora bocche cucite al Cie di Ponte Galeria

Al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria è esplosa di nuovo la protesta dei migranti. Già nello scorso dicembre e ancora a febbraio la denuncia delle indecenti condizioni di detenzione era stata manifestata da alcuni rifugiati nordafricani con un prolungato sciopero della fame, e nella mattina di domenica 27 luglio un algerino di 27 anni e un tunisino di 28 si sono nuovamente sigillati le labbra con il fil di ferro in segno di protesta.
L'episodio è stato riportato dal Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, che denuncia ancora una volta l'inadeguatezza del Cie rispetto alle esigenze di pubblica sicurezza e soprattutto indecente per i rifugiati ospitati. "I Cie vanno chiusi" dichiara indignato Luigi Manconi, Presidente della Commissione diritti umani del Senato. Giuseppe D'Agostino, funzionario del Garante per i detenuti del Lazio, spiega che secondo quando riferito dai sanitari i due migranti soffrirebbero di disagi psichici, minimizzando le condizioni disumane in cui sono costretti i giovani. L'algerino di 28 anni è bloccato al Cie dallo scorso 3 luglio e aveva già partecipato ad un passato sciopero della fame, lo scorso lunedì è stato condotto in udienza davanti al giudice di Pace penale chiamato a pronunciarsi sulla permanenza al Cie del migrante, in previsione di una possibile proroga di 30 giorni di detenzione e in quell'occasione il giovane si è presentato con le labbra cucite. Sia lui che il tunisino, presente al Cie dallo scorso 22 luglio, avrebbero piccoli precedenti legali alla droga e ai furti. Sono entrambi sprovvisti di documenti e permessi di soggiorno, la loro permanenza nel Centro di identificazione è dovuta ai tempi necessari a compiere l'estradazione. La loro protesta vuole essere un gesto forte per denunciare l'ingiustizia della norma che prevede l'espulsione dall'Italia per gli stranieri che hanno già scontato la propria pena nel Cie, e per richiamare l'attenzione mediatica sulle impossibili condizioni di vita nei centri.