Donne sole - la lotta per la sopravvivenza delle donne rifugiate siriane

17/07/2014 di Redazione
Donne sole - la lotta per la sopravvivenza delle donne rifugiate siriane

La vita delle donne siriane in fuga dalla guerra continua ad essere drammatica anche dopo aver lasciato il Paese. Il conflitto in Siria, la più grande crisi in quanto a migrazioni forzate, ha prodotto  2,8 milioni di rifugiati. Spesso, tuttavia, i primi a morire sono proprio gli uomini, che sovente rappresentano l'unica fonte di sussistenza di una famiglia. Così, sono le donne a portare sulle proprie spalle il peso della famiglia, frequentemente in paesi dove una donna da sola, senza un uomo a proteggerla, viene trattata come una reietta.
Il rapporto "Donne sole - la lotta per la sopravvivenza delle donne rifugiate siriane" mette in luce uno degli aspetti più spietati della guerra. Una volta fuggite in Libano, Egitto, Giordania e Iraq spesso con bambini o parenti a carico, bisogna imparare a sopravvivere. Questo però a partire da una situazione di forte tensione, derivante sia dalla condizione di rifugiato, come dall'onere di prendersi cura della famiglia, che le porta ad entrare in una spirale di insicurezza. Una fragilità che viene peraltro rinforzata da alcuni aspetti culturali dei paesi che le ospitano, dove una donna senza un uomo al fianco viene vista come colpevole.
Secondo i dati, solo una donna su cinque ha un lavoro retribuito, mentre le altre si affidano alla generosità di parenti e vicini. Tutto questo  fa sì che sempre più minori siano costretti a contribuire al bilancio familiare, e per questo vengono impiegati in lavori oltremodo pesanti.
"Hanno finito i soldi -  afferma António Guterres, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati - ed affrontano quotidianamente minacce alla loro sicurezza e vengono trattate come reiette anche se non hanno commesso nessun altro crimine che perdere i loro uomini in una guerra feroce. È vergognoso. Vengono umiliate per il fatto di aver perso tutto".
Le donne siriane sono infatti vittime di violenze fisiche, verbali e psicologiche. Moltissime lamentano molestie da parte di uomini, che siano fornitori di servizi, autisti di autobus o di taxi, affittacamere o negozianti. Per questa ragione molte di loro non escono più di casa, vivendo vite da recluse.
Le conseguenze psicologiche di tali problematiche sono enormi: depressione ed ansia sono fra i disturbi più frequenti, dovuti principalmente all'essere state catapultate in un ruolo che per molte è  solo fonte di preoccupazione  e, solo proprio per alcune, occasione di rivedere i ruoli di genere.
È proprio questo il punto di partenza di molte iniziative a favore delle donne rifugiate: si tenta di restituire loro un senso di competenza, anche a partire da reti di donne che si sostengono a vicenda. L'Unhcr ha evidenziato come i semplici atti di assistenza da parte dei paesi ospitanti non bastino: sarebbe invece utile facilitare le riunioni familiari, così come sostenere le comunità ospitanti che tentano di aiutare le donne rifugiate.