OCSE: “L’integrazione degli immigrati e dei loro figli in Italia”

10/07/2014 di Redazione
OCSE: “L’integrazione degli immigrati e dei loro figli in Italia”

Il 7 luglio 2014 presso il CNEL a Roma è stato presentato il rapporto OCSE "L'integrazione degli immigrati e dei loro figli in Italia". Presenti all'incontro il CNEL (Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro), l'ONC (Organismo Nazionale di Coordinamento per le politiche di integrazione sociale degli stranieri) e il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali - Direzione Generale dell'Immigrazione e delle Politiche di Integrazione. La rassegna comparata internazionale è stata predisposta su richiesta del CNEL dall'OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).
La ricerca rientra nella serie di studi "Jobs for Immigrants" condotti dalla Divisione per le migrazione internazionali a partire dal 2007 su 11 paesi dell'area, e i dati strutturali più interessanti circa la condizione dei migranti nel mondo lavorativo nel nostro paese derivano proprio dal rapporto con gli altri paesi. Il raffronto fa emergere alcune peculiarità nazionali, presupposti necessari da cui partire (e ripartire) per un'analisi completa dei fenomeni che caratterizzano le situazioni dei migrante e per le soluzioni costruttive da proporre.
Dalla comparazione con gli altri paesi la condizione italiana emerge per volume della popolazione immigrata, frequenza dei flussi e caratteristiche della popolazione immigrata: accanto alla Spagna, il nostro è il paese OCSE con la più alta crescita della popolazione migrante regolare fin dall'inizio degli anni 2000: a giudicare dai dati OCSE, si sta parlando di circa 4,5 milioni di persone, l'11% della popolazione in età lavorativa (15-64 anni). Inizialmente tali individui sono stati spinti alla migrazione dalla ricerca di un'occupazione, successivamente da ricongiungimenti familiari e infine, è il caso delle ultime migrazioni, da ragioni umanitarie. La conseguenza di tali spostamenti è la crescente presenza delle "seconde generazioni", i figli di immigrati nati in Italia. I primi gruppi di migranti provenivano dall'area UE, dal Nord Africa e dalle Filippine. Successivamente alla caduta della cortina di ferro la maggior parte della popolazione immigrata in Italia è costituita da una  prevalenza di Albanesi, Rumeni ed ex-Jugoslavi.
Secondariamente, tra gli aspetti peculiari del nostro paese spicca l'ostilità burocratica nel sistema dei permessi e delle procedure per la regolarizzazione: il nostro sistema fa sì che solo al 50% dei migranti giunti venga concesso uno status temporaneo prolungato di rifugiato, mentre l'altra metà è costretta ad affrontare un lungo e incerto percorso per naturalizzarsi. Allo stesso modo, le procedure per l'acquisizione della cittadinanza sono estremamente rigide rispetto al resto dei paesi OCSE.
In terzo luogo, occorre considerare i tassi di occupazione in relazione alle competenze e alle qualifiche degli immigrati e dei loro figli: il fenomeno della disoccupazione investe tutti noi cittadini italiani, con le forti disomogeneità che caratterizzano le diverse regioni, e negli ultimi anni i migranti sono diventati una quota consistente di forza lavoro, soprattutto nel settore edile (il 50% dei lavoratori nel contesto sono immigrati uomini) e in quello dei servizi domestici e assistenziali (il 50% sono donne immigrate occupate), un vero e proprio "capitale umano" lo definisce Stefano Scarpetta, presidente del Direttorato OCSE, che il nostro paese sarà costretto a considerare e valorizzare anche per ripartire in un futuro si spera prossimo. Osservando i dati specifici dell'occupazione della popolazione immigrata potrebbe sembrare che l'Italia sia in una buona posizione rispetto agli altri paesi OCSE, ma l'incidenza di lavoro sommerso e irregolare è altissima, e dà luogo a sfruttamenti e discriminazioni non tollerabili nel mondo del lavoro: i migranti sono sproporzionatamente impiegati in lavori precari, sottopagati e poco qualificati, anche per quel 10% altamente qualificato, più qualificato dei nativi. La disoccupazione crescente, a partire dal 2007, ha colpito soprattutto gli stranieri meno istruiti. Il 50% dei migranti giunti in Italia aventi tra i 15 e i 34 anni presenta un livello di istruzione nel migliore dei casi pari al livello di istruzione secondaria di primo grado. Il passaggio alla scuola superiore non è pertanto semplice per i giovani immigrati, e i dati riportano un tasso di abbandono superiore nelle famiglie con una scarsa istruzione: ad oggi, 1/3 degli immigrati italiani di età compresa tra i 15 e i 24 anni sono individui non impegnati a ricevere istruzione o una formazione, non hanno un impiego e non lo cercano, sono i cosiddetti NEET [Not (engaged) in Education, Employment or Training].
A causa del carattere recente dei fenomeni migratori in Italia, molti degli aspetti dell'accoglienza nelle infrastrutture e nelle politiche di integrazione sono meno sviluppati rispetto al resto dei paesi OCSE, con una più lunga esperienza di immigrazione alle spalle. La mancanza del coordinamento a livello nazionale non solo produce falle e gravi anomalie nella struttura della prima accoglienza, ma anche la dimensione formativa risente di gravi mancanze, andando a danneggiare il quadro antidiscriminazione che dovrebbe comporsi di misure e contromisure per la formazione linguistica e l'integrazione culturale. Quel che funziona in Italia è l'intervento sul locale: dimensioni regionali o addirittura comunali di scolarizzazione risultano efficienti mentre a livello nazionale manca totalmente un progetto di inclusione linguistica orientata al mondo del lavoro.
La rassegna si è conclusa con una serie di raccomandazioni e proposte di buone pratiche: c'è bisogno di una maggiore promozione di attività e strumenti per la formazione e al tempo stesso un serio intervento di contrasto al lavoro sommerso e irregolare, da affiancare a un potenziamento delle infrastrutture per l'integrazione. Inoltre, in generale, appare necessario un coordinamento meglio definito tra livelli locali e sub-nazionali per snellire e semplificare una burocrazia inefficiente. L'insufficiente offerta di corsi di lingua è ad esempio un chiaro sintomo della mancanza di coordinamento, spesso scaturita anche dalla sovrapposizione di soggetti che finanziano gli stessi servizi.
Quella dell'integrazione dei figli degli immigrati nel sistema educativo è una sfida importante e un punto su cui intervenire con urgenza, visto che presto la percentuale italiana raggiungerà quella di paesi come l'Austria e l'Olanda, strutturate da fenomeni migratori di lunga data.