Rifiuti: annullato il provvedimento antimafia sugli impianti di Cerroni

17/07/2014 di Redazione
Rifiuti: annullato il provvedimento antimafia sugli impianti di Cerroni

Il provvedimento antimafia emesso lo scorso gennaio dal Prefetto di Roma è stato annullato dal Tar del Lazio, che ha motivato la sua decisione "per difetto di istruttoria e di motivazione". L'interdittiva aveva causato una crisi nella gestione dei rifiuti di Roma e provincia, e aveva costretto i sindaci di Roma e di Albano ad emanare delle sentenze per consentire il proseguimento del servizio di raccolta rifiuti. Ordinanze attualmente annullate dall'attuale sentenza del Tar.
Una sentenza dura, quella del Tar, che ha stabilito l'invalidità del provvedimento per difetto di istruttoria e di motivazione, in sostanza come se le 400 pagine di ordinanza del Gip che giustificavano l'arresto di Cerroni e di altre sei persone non fossero abbastanza. In tale modo diventerà impossibile, di fatto, requisire gli impianti di sua proprietà, ipotesi paventata dal ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti per far fronte all'emergenza rifiuti a Roma.
Il Tribunale ha accolto in questo modo la richiesta di Angelo Clarizia, legale di Colari, decretando che  "sebbene sia esatto che le organizzazioni mafiose comunque denominate, abbiano ormai da anni grande interesse nel settore dei rifiuti, tanto da essere stato coniato il termine 'ecomafie', ciò non implica necessariamente che tutti i soggetti sottoposti ad una misura cautelare o rinviati a giudizio del traffico organizzato di rifiuti, per il solo fatto di essere imputati di quel particolare reato, siano automaticamente a rischio di collusione con ambienti della criminalità organizzata e che come tali non forniscano più sufficienti garanzie per la Pubblica amministrazione".
Il titolo di reato, infatti, non sarebbe sufficiente a giustificare il provvedimento preso dal prefetto: esso sarebbe stato emanato a partire da sentenze che dispongono la misura cautelare o il giudizio, e da altre comunque non definitive,  "il che significa che per poter disporre l'interdittiva non basta il titolo del reato riportato nel provvedimento del giudice penale, ma occorre esaminare il contenuto dell'ordinanza o della sentenza del giudice penale e rintracciare nel provvedimento stesso gli indizi da cui desumere il rischio di contiguità con la malavita organizzata, e dunque l'inaffidabilità dell'impresa", ha sentenziato il Tar.
Congetture, quindi, che non giustificherebbero un provvedimento antimafia. Secondo il Tar, infatti, la mancanza di un'istruttoria che verificasse l'attuale svolgimento dei fatti, ha pregiudicato anche l'ordinanza del Gip. Dagli atti non si evince nulla da cui desumere i tentativi di infiltrazione mafiosa: "nonostante la gravità dei capi di imputazione, nessun riferimento a contatti con ambienti della malavita organizzata si evince dai provvedimenti del giudice penale, tali da poter far ipotizzare l'esistenza di rischi di contaminazioni con le 'ecomafie'".
La situazione sembra essere molto controversa, ma sembra comunque auspicabile un maggiore controllo, da parte del tribunale, dei dati a favore dell'ordinanza.