Taranto: i profughi accolti dai cittadini

24/07/2014 di Redazione
Taranto: i profughi accolti dai cittadini

L'accoglienza dei migranti a Taranto viene autogestita e autorganizzata da settimane. Le migliaia di donne, bambini e uomini condotti nel porto della città dalle navi della Marina Militare vengono accolte da volontari che sopperiscono alla grave mancanza di un'accoglienza istituzionale.
I migranti vengono accolti in strutture in disuso, inappropriate e inadeguate allo scopo: un palazzetto dello sport, un ex mercato ortofrutticolo nel quartiere Tamburi dove un sole cocente e condizioni igienico-sanitarie inquietanti rendono complicata la sopravvivenza. Anche la distribuzione di acqua e farmaci è curata e garantita dagli attivisti e dai volontari, per la gran parte cittadini di Taranto che hanno spontaneamente organizzato un sistema di accoglienza materialmente e "spiritualmente" efficace, in cui la base imprescindibile sembra essere quella di ricordarsi a vicenda che si è esseri umani con gli stessi diritti e gli stessi doveri, quello di ricevere aiuto e quello di donarne quando necessario. Questa condizione particolare fa di Taranto un vero e proprio "caso": l'affetto e la dedizione dei volontari in un momento così difficile e delicato, in cui il senso comune sembra essere fortemente compromesso da anni di ostilità e propagande politiche estremiste, è non solo un evento commovente ma anche un luminoso esempio di buona pratica da cui prendere ispirazione.
Allo stesso tempo, il "caso Taranto" fa emergere con forza il grave problema strutturale della mancata accoglienza istituzionale.  I gravi limiti del sistema asilo sono sono più che evidenti e alla domanda "che cosa sarebbe successo se non ci fossero stati loro" è difficile provare a immaginare una risposta che non includa scenari drammatici.
Il sistema d'accoglienza è inesistente sia dal punto di vista "militare" che da quello "umanitario", ambiti che in questi momenti critici si rivelano strettamente contigui nel nostro paese: in mancanza di una gestione militare dell'accoglienza, si è dissolto anche l'aspetto umanitario. Come manca un iter e una struttura ragionata di inserimento e accoglienza, così manca anche un sistema di confinamento e di controllo degli stabili in cui sostano i migranti; anzi spesso è stato favorito lo spostamento verso altre mete (ricordiamo l'accompagnamento collettivo in bus dello scorso mese e l'abbandono nei piazzali delle stazioni di Anagnina e Rogoredo). Manca totalmente anche una supervisione e un coordinamento delle forze umane, basti pensare che l'organizzazione dei volontari è affidata ad un gruppo facebook chiamato "coordinamento aiuti Taranto", efficiente nei limiti in cui può esserlo, ma totalmente rimessa alla buona volontà dei cittadini.
La situazione attuale a Taranto, se osservata e letta con attenzione, potrebbe essere il sintomo esplicito di quel che dev'essere cambiato e integrato nell'attuale sistema d'accoglienza: il nuovo accordo raggiunto tra Governo, Regioni, Comuni e Province promuove tra le novità accolte anche la creazione di "hub" regionali e interregionali che fungano da prima accoglienza. La riflessione sorge spontanea: aldilà del lessico scelto che si rifà al campo semantico della logistica, approccio che nel contesto di uno studio delle migrazioni andrebbe evitato in virtù di un sistema meno rigido, quel che preoccupa è la capacità di considerare la portata complessiva dell'intera vicenda in cui andrebbero razionalizzati gli spostamenti dei migranti piuttosto che qualificarne gli arrivi in un'ipotetica "fase hub" in cui si separerebbero le persone a cui può essere riconosciuta una protezione internazionali da quelle a cui non spetta. In un nuovo sistema ragionato di accoglienza un tale principio di selezione è totalmente da escludere per evitare di andare incontro a problemi ben più gravi che includano gravi disparità e lesioni dei diritti umani fondamentali.
Sembrerebbe necessario riflettere e mobilitarsi - non solo a Taranto - per garantire un equo rispetto dei diritti dei migranti piuttosto che irrigidire i sistemi d'accoglienza e smistamento come se si stesse parlando di cifre e non di persone costrette a fuggire dalle proprie terre d'origine.