Ue: la vita difficile dei profughi che cercano protezione

18/09/2014 di Redazione
Ue: la vita difficile dei profughi che cercano protezione

Martedì 16 settembre è stato presentato un rapporto dal Consiglio Europeo sui Rifugiati e sugli Esuli (ECRE) riguardante l'iter di accoglienza e assistenza dei profughi nel territorio dell'Unione Europea dal titolo "Mind the gap: una prospettiva delle Ong sulle sfide all'Accesso e alla Protezione nel Sistema Comune d'Asilo". Lo studio ha messo in luce diverse criticità che da tempo inficiano l'efficienza del sistema di accoglienza dei migranti, troppo spesso inadeguata per capacità e condizioni. Quel che emerge con evidenza è lo scollamento tra la teoria del Sistema Comune d'Asilo Europeo (CEAS) e la desolante realtà che sono costretti ad affrontare i richiedenti asilo nei 15 Stati dell'UE presi in considerazione dal rapporto (Belgio, Austria, Germania, Francia, Bulgaria, Cipro, Irlanda, Ungheria, Malta, Italia, Grecia, Polonia, Olanda, Regno Unito e Svezia).Sempre più spesso i profughi in fuga dai propri Paesi incontrano la morte prima di riuscire a raggiungere l'Europa, testimoni le vicende delle ultime settimane, e il conto totale aggiornato agli ultimi giorni dei morti nel mar Mediterraneo sale a quasi 3.000 dall'inizio dell'anno. Michael Diedring, Segretario Generale dell'ECRE, pone l'accento sul fatto che irrigidire i controlli di frontiera e creare ulteriori ostacoli ai rifugiati costituisce un beneficio unicamente per i trafficanti, che estorcono a famiglie e singoli migliaia di euro per poter raggiungere con un viaggio illegale le coste europee. Christopher Hein, Direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati, insiste sull'obbligo dei Paesi europei di assumere oneri e doveri nelle operazioni di salvataggio in mare nel canale di Sicilia, per cui non bastano gli sforzi italiani. Aggiunge inoltre che l'operazione intensificata di Frontex,la cosiddetta Frontex Plus, non sembra andare in questa direzione costituendosi invece come un irrigidimento della sorveglianza. Quel che aspetta i richiedenti asilo che riescono, dopo viaggi rischiosi, a raggiungere l'Europa sono diversi ostacoli burocratici e amministrativi: innanzitutto nella maggior parte dei casi è prevista la detenzione amministrativa durante l'esame della domanda di accesso e accoglienza. In Ungheria, ad esempio, il 26% del totale dei richiedenti asilo sono detenuti, inclusi i minori non accompagnati che soggiornano per lungo tempo in strutture dalla capienza insufficiente e dalle condizioni disumane. A Cipro l'incidenza dei detenuti è più bassa ma le condizioni dei centri sono praticamente quelle di una prigione: i migranti sono costretti in celle sotto uno strettissimo sistema di sorveglianza e possono stare all'aperto in luoghi comuni solo per poche ore al giorno, venendo ammanettati per qualsiasi spostamento dentro o fuori dal centro. L'Italia non prevede un periodo di detenzione per i richiedenti asilo che possono muoversi nel territorio ed entrare e uscire dai centri d'accoglienza, tuttavia i tempi burocratici del nostro Paese sono notevolmente dilatati rispetto alla media europea e istituire la detenzione obbligatoria nell'attesa potrebbe voler dire aspettare mesi praticamente in uno stato di prigionia, inoltre senza la possibilità di ottenere l'asilo i migranti sono costretti a cavarsela come possono perché per legge non possono lavorare.I grandi numeri degli arrivi via mare degli ultimi anni rappresentano una grande sfida umanitaria e operativa per l'Italia che solo nell'ultimo periodo ha aumentato la capienza dei centri d'accoglienza e adibito nuove strutture temporanee: attualmente sono ospitate circa 60.000 persone, tuttavia l'accoglienza continua a non essere omogenea (il sud ospita ad oggi il 55% dei richiedenti asilo, solo la Sicilia più del 25%) e i centri sono al collasso.Le maggiori vittime del deficit del sistema ricettivo in Italia restano comunque le persone alle quali è stata riconosciuta una forma di protezione, che restano di fatto nello stesso status di coloro che non hanno ottenuto l'asilo, senza supporto e senza la possibilità di poter ambire ad una reale integrazione.