CIE: Strutture inadeguate e dispendiose

02/10/2014 di Redazione
CIE: Strutture inadeguate e dispendiose

La Commissione Diritti Umani del Senato è tornata a puntare il dito contro  i CIE, i Centri di Identificazione ed Espulsione. Dall'ultimo rapporto emerge la descrizione di un regime di massima  sicurezza dove i migranti sono "detenuti" in condizioni disumane, con costi altissimi e infiniti sprechi. Già nel 2012 la Commissione Diritti Umani aveva lanciato l'allarme definendo i CIE italiani addirittura "peggiori delle carceri", l'ultima analisi presieduta dal senatore Luigi Manconi li qualifica invece perentoriamente come "al di sotto degli standard di dignità", centri chiusi e troppo spesso inadeguati, con scarsi mezzi di gestione e insufficienti servizi erogati. Il rapporto si compone di oltre 150 pagine di ispezioni e analisi, i CIE presi in considerazione sono quelli sopravvissuti negli ultimi due anni: dei 13 esistenti nel 2012 ne sono rimasti 5, a Roma, a Bari, a Torino, a Trapani e Gradisca d'Isonzo. Sebbene la riduzione numerica dei centri sia da intendere come un passo in avanti, quelli che restano aperti sono ancora in condizioni inaccettabili e la loro funzione è nella maggior parte dei casi obsoleta: riescono a rimpatriare solo lo 0,9% degli stranieri irregolari e costano mediamente almeno 55 milioni l'anno. Non è possibile fare una stima esatta delle cifre certe che lo Stato spende per i CIE, la più puntuale attualmente è quella dell'associazione Lunaria, sintomo chiaro di una cattiva gestione delle risorse e di un inadeguato monitoraggio delle spese. Un esempio: il CIE di contrada Milo a Trapani è stato aperto nel 2012 e la Prefettura dichiara di aver speso fino al 2013 quasi due milioni di euro di "manutenzione ordinaria e straordinaria", un'enormità specie se si considera l'alto tasso delle fughe dal centro; 800 solo nell'anno 2013. Il periodo di detenzione nei CIE ammonta attualmente a un anno e mezzo, un tempo eccessivamente lungo ed estremamente dispendioso: il rapporto specifica che per identificare una persona bastano 45 giorni, terminato questo lasso di tempo decade la possibilità di ricorrere a fonti di polizia per procedere nell'identificazione. Inoltre l'ubicazione dei Centri, tutti distanti centinaia di chilometri dalle rappresentanze consolari, rende i procedimenti ancora più lunghi e dispendiosi. I dati del Ministero dell'Interno aggiornati al 9 luglio 2014 riportano 2.124 trattenuti nel corso dell'anno all'interno dei CIE, di questi solo 1.036  pari al 50% sono stati rimpatriati. Che ne è degli altri detenuti? Spesso i migranti trascorrono anni in un CIE solo per essere identificati, senza aver commesso reati penali, sottratti alla realtà territoriale e privati della possibilità di integrarsi. A Bari, rivela il dossier, esiste un muro di cinta in cemento armato, una barriera in ferro e un'altra in vetro infrangibile; ogni stanza conta 4 posti letto tutti fissati al pavimento. La struttura si presenta opprimente e blindatissima, i detenuti riescono a passare pochissimo tempo nel cortile interno e perfino la somministrazione dei medicinali avviene in modalità inquietanti; i farmaci vengono passati da una piccola finestra sulla porta blindata per evitare il contatto tra personale e detenuti. Nel CIE di Ponte Galeria la richiesta di psicofarmaci è altissima, le camerate contano una media di 6 posti letto e le aree di "ricreazione" consistono in tavoli e panche ancorate al suolo come i letti, a Gradisca d'Isonzo invece le finestre di tutte le stanze sono sigillate e non consentono il ricambio d'aria, è vietato l'uso dei cellulari e non sono ammessi nemmeno libri o giornali. In queste situazioni alienanti dove la possibilità di movimento è ridotta al minimo non c'è da sorprendersi dell'alta tensione che si respira, degli atti autolesionisti e dei numerosi tentativi di fuga. I senatori che hanno prodotto il rapporto hanno messo in luce le gravi limitazioni della libertà personale che dovrebbe essere regolata e preservata dalla Costituzione e dal Parlamento, mentre le regole vigenti nei CIE vengono attualmente stabilite esclusivamente dal Viminale. Sempre più spesso finiscono nei centri collaboratrici domestiche o lavoratori stranieri che al momento del rinnovo del permesso di soggiorno non possono più contare su un contratto di lavoro valido. In questi casi la legislazione prevede il rilascio di un permesso per attesa occupazione valido per un anno, ma nella maggior parte dei casi i migranti vengono urgentemente portati nei CIE dove restano trattenuti per molto, troppo tempo. Le modalità in cui i migranti vengono sottratti alla realtà e detenuti nei centri appare in forte contrasto con il ruolo che tali strutture dovrebbero rivestire sul territorio, questo è sì imputabile alle insufficienze strutturali ma un ruolo decisivo lo riveste anche la carenza di attività e di figure professionali in grado di colmare la vasta insufficienza di mediazione legale e culturale.
Consulta qui il rapporto completo del Senato.