Palestina: la ricostruzione di Gaza e i primi riconoscimenti internazionali

16/10/2014 di Redazione
Palestina: la ricostruzione di Gaza e i primi riconoscimenti internazionali

Si sono tratte le fila delle conseguenza dei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza. Alla conferenza del Cairo la comunità internazionale si è impegnata a elargire 5,4 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza, messa in ginocchio da 50 giorni di offensiva israeliana, che ha causato 2.104 morti (oltre il 60% civili), oltre 100mila sfollati, e la distruzione della maggior parte delle infrastrutture, oltre che di 18mila abitazioni.
Il Qatar si è impegnato a donare un miliardo di dollari, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti doneranno 200 milioni di dollari e lo stesso la Turchia. L'Ue ha promesso 568 milioni di dollari, e gli Usa ne hanno impegnati 215 milioni.
Alla conferenza del Cairo si è altresì parlato del processo di pace. Il segretario di Stato Usa John Kerry ha invitato il presidente dell'Anp Mahmoud Abbas, a riprendere i negoziati di pace. Il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha dichiarato: " Dobbiamo trasformare questo momento in un punto di partenza per raggiungere la pace". Al Sisi ha proposto di tornare alla proposta araba presentata a Beirut nel 2002 e allora rigettata dal governo israeliano, che prevedeva il riconoscimento di Israele in cambio della restituzione dei territori occupati nel 1967 e di una soluzione adeguata alla condizione dei profughi palestinesi. Un'altra questione basilare rimane l'embargo, che dura ormai da sette anni e che rende impossibile la vita dei palestinesi, costretti in una prigione a cielo aperto.
Proprio sulla questione dell'embargo si pone il problema degli aiuti: bisognerà capire come entreranno gli aiuti nella Striscia, dove una serie lunghissima di materiali e beni non possono entrare. Fra l'altro Israele è fermamente intenzionato a partecipare al processo di ricostruzione, un business allettante per molti.
Essenziale è canalizzare lo sforzo di ricostruzione in modo produttivo, affinché non venga vanificato da una futura operazione bellica da parte di Israele. "Gaza è una polveriera", ha detto il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, "Questa deve essere l'ultima volta".
La comunità internazionale si sta peraltro cominciando a muovere per quanto riguarda il riconoscimento dello stato palestinese. Il nuovo premier svedese, Stefan Lovfen, ha annunciato che la Svezia sarà il primo paese europeo a compiere questo importante passo, sottolineando che la soluzione al conflitto israelo-palestinese passa per la creazione dei due Stati: "Una soluzione a due Stati suppone un riconoscimento reciproco e la volontà di una coesistenza pacifica. Ecco perché la Svezia riconoscerà lo Stato della Palestina".
Una presa di posizione forte, che non è piaciuta però a Tel Aviv, che ha convocato prontamente l'ambasciatore svedese in Israele. Il servizio stampa di stato ha diffuso un comunicato dove si condannava la decisione svedese, in quanto fa notare che Lofven non abbia ancora "compreso che chi ha costituito negli ultimi venti anni un ostacolo tra gli israeliani e i palestinesi sono proprio questi ultimi".
La decisione di Stoccolma è stata invece apprezzata dalla presidente del partito di sinistra Meretz, che auspica che tale evento possa creare "un effetto a catena che porti il resto degli Stati dell'Unione europea a riconoscere lo Stato palestinese".
Tale effetto a catena è stato parzialmente innescato: a Londra il parlamento ha votato sì ad una mozione non vincolante che chiede al governo di riconoscere la Palestina come Stato: l'House of Commons ha votato 274 a 12, su un totale di 650 membri. Molti gli assenti, con il premier Cameron e altri ministri che hanno preferito astenersi. La reazione di Tel Aviv non ha tardato ad arrivare: "un riconoscimento internazionale prematuro manda ai dirigenti palestinesi l'allarmante messaggio che possono sottrarsi alle scelte difficili che le due parti devono fare, in vista di una vera pace".
Nell'attesa che queste nuove decisioni possano diventare operative, ci auguriamo che il processo di pace e di ricostruzione possa essere fruttuoso, ma che soprattutto il riconoscimento internazionale possa essere il germoglio di un nuovo sentire.