L’Australia non è un Paese per richiedenti asilo

19/02/2015 di Redazione
L’Australia non è un Paese per richiedenti asilo

L'Alta Corte australiana ha pronunciato una sentenza brutale che ha dato ragione al Governo nella vicenda dei 157 richiedenti asilo tamil fuggiti dallo Sri Lanka, che sono stati intercettati a 16 miglia dalle Isole Christmas (facente parte del territorio australiano) dalla nave "Ocean Protector" e tenuti per oltre un mese in mare aperto. "Un comportamento corretto", hanno sentenziato i giudici. In piena linea con la politica sull'immigrazione australiana, tra respingimenti, detenzione per richiedenti asilo e soldi ad altri Stati (Nauru, Papua, Cambogia) per prendersi i profughi giunti in Australia. Un comportamento che però viola ogni tipo di normativa in materia di trattamento di richiedenti asilo e migranti: dopo quattro settimane in alto mare i profughi sono stati messi in carcere. Sulla nave, che fa parte dei dispositivi australiani contro gli ingressi illegali nel Paese, ai richiedenti asilo erano concesse solo poche ore all'aria aperta, e dopo settimane in cui il Governo australiano ha tentato di rispedirli in India nonostante le legittime richieste di asilo, sono stati trasferiti nel centro di detenzione di Nauru, un'isola stato del Pacifico che ha preso accordi con l'Australia in tal senso. L'operazione ha avuto peraltro un costo economico altissimo (circa 8.260.000 euro), e i 157 profughi sono ancora reclusi lì, in un regime che l'Unhcr ha definito di "arbitraria detenzione e non rispettoso degli standard internazionali". Il Governo australiano ha infatti una normativa rigidissima in tema di immigrazione: dal 1992 è prevista la detenzione obbligatoria per tutti i "non-cittadini illegali", il che significa che ad oggi oltre 4.600 richiedenti asilo provenienti da Pakistan, Iraq, Bangladesh, Somalia, Siria, Myanmar e Sri Lanka, Afghanistan e Iran sono detenuti. La cosa più incredibile è che ora il Governo ha cominciato ad appaltare la detenzione dei richiedenti asilo a Paesi più deboli del Pacifico, e facendo sorgere centri a Nauru e nell'isola di Manus, in Papua Nuova Guinea, ed è in cantiere un accordo simile con la Cambogia. Un clima di repressione e di intolleranza che ha permesso all'attuale premier Abbott di vincere le elezioni del 2013 con il motto "Stop the boats", e da quando è entrato in carica il nuovo Governo sono state quindici le imbarcazioni intercettate dalla polizia di frontiera e respinte a forza nei paesi di provenienza. Questo atteggiamento ha fatto sì che anche il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura si esponesse richiamando con forza il Governo australiano. L'Unhcr ha stimato che da gennaio a novembre dello scorso anno circa 54.000 migranti hanno attraversato il Golfo del Bengala diretti in Malesia o in Tailandia, mentre solo alcuni hanno proseguito fino in Indonesia o in Australia, pagando un prezzo altissimo sia in termini economici che umani.  "Noi comprendiamo - dice Adrian Edwards dell'Alto Commissariato - la determinazione dell'Australia nel rispondere con vigore al traffico di persone e a voler dissuadere dai pericolosi viaggi via mare. Tuttavia, non si possono negare i diritti alla protezione internazionale, alla sicurezza e alla dignità".  Il mare continua a mietere le sue vittime, e l'ottusità e l'indifferenza dei Governi fa sì che il bilancio dei morti non faccia che aumentare. Noi continuiamo a sostenere la necessità di istituire corridoi di protezione e di porre una fine alla repressione e all'intolleranza.