L'esperienza di Moumine e Silvia

26/02/2015 di Redazione
L'esperienza di Moumine e Silvia

L'esperienza di Moumine:
Salve mi chiamo Moumine Traore' ,vengo dal Mali, ho  21 anni,sto qui in Italia dal 2011. Mi sono occupato dello sportello, mentre le insegnanti facevano il corso d'italiano e in altri orari stavo da solo. Alcune volte, mentre le mamme facevano il corso d'italiano, io ho giocato con i loro  bimbi. Quando arrivavano le persone a cui interessava il corso d'italiano, le aiutavo a fare la scheda d'iscrizione. Le perone che arrivavano allo sportello non erano solo stranieri, anche italiani, soprattutto alcuni che avevano problemi con le bollette, alcuni con problemi sociali. Anche se non c'era la responsabile, facevamo la scheda, per capire qual' era il suo problema. Dopo facevo vedere le schede alla responsabile e  lei scriveva una piccola lettera, che io mandavo con il fax all'enel o ad acqualatina (alcune delle aziende con cui le persone avevano dei contenziosi). Per altri i problemi erano economici economici, e noi non potevamo aiutarli, così cercavamo di dire qualche parola, così per non farli rimanere male.
Io parlo qualche lingua, tipo arabo, francese, la mia lingua madre il Bambara, e poco italiano, anche se non parlo bene la lingua italiana, è importante che capisco bene quello che le persone mi chiedono. Se c'è qualcuno che parla in arabo o Bambara, dicevo di  parlare in italiano, per imparare  la lingua bene, ma a volte spiegavo qualcosa nella loro lingua. Gli studenti hanno bisogno di imparare la lingua italiana. Fuori dalla scuola potevamo parlare una lingua che conoscevamo.
Ho fatto anche incontri nella scuola elementare e nella scuola media, insieme ai ragazzi di ArteMigrante. Nella scuola abbiamo parlato del nostro viaggio fino in Italia, del nostro paese, che cosa facciamo qui. Poi abbiamo suonato, io ho suonato lo jambe. Nella scuola elementare, i bambini ci hanno chiesto l'autografo. Questo progetto di servizio civile mi è piaciuto molto, perché abbiamo aiutato le persone, abbiamo dato loro un' opportunità, anche io ho fatto esperienze in più rispetto a prima. Sono contento di essere qui in Italia, che sto bene, che ho avuto fortuna di incontrare delle persone che mi hanno aiutato, per fare qualcosa di migliore per la mia vita. Sono contento che anche noi stranieri possiamo lavorare allo sportello. Penso che bisogna dare il coraggio alle persone che stanno imparando la lingua, anche così incontri le persone che ti aiutano a capire che studiare è importante. Anche io ho avuto il consiglio di studiare, di frequentare il corso di operatore socio sanitario. Anche noi stranieri dobbiamo avere il coraggio di fare quello che è meglio per noi, dobbiamo fidarci delle persone che ci danno dei consigli, anche se la nostra vita è difficile qui....abbiamo tanti pensieri. Per fare la scuola non abbiamo tanto tempo...pensiamo al lavoro, alla nostra famiglia, al nostro paese, è importante che stiamo vicini alle persone che ci trattano bene. I nostri problemi qui in Italia sono particolari....i documenti, che sono la prima cosa che dobbiamo avere qui in Italia....poi la salute...il resto è nelle mani di Dio

L'esperienza di Silvia:
Il mio percorso di Scn è stato forse un po' anomalo. Ho vissuto momenti idilliaci ed altri infernali. Nel mio bagaglio personale ricorderò, però, soprattutto volti. Non voglio soffermarmi su un'esperienza in particolare perchè tutte nel complesso sono state importanti. Voglio ricordare i sorrisi di Rosy ed Hector che con il loro spirito caliente da tipici sudamericani sapevano riscaldare anche le sere più fredde, voglio ridordare Jagtar e Kashmir che quando il corso si è concluso mi hanno cercato ben tre volte con dei pasticcini per potermi ringraziare a loro modo, voglio ricordare Gurdeep che si presentava a lezione con buste piene di ravanelli da lui pazientemente raccolti; voglio ricordare tutti i bambini del doposcuola che mi hanno circondato di affetto; voglio ricordare tutti gli Ahmed, Mohamed e Abdo che ho incontrato sul mio percorso e che mi hanno confessato senza vergogna tutti i loro amori adolescenziali. Voglio ricordare Junko che tra una regola grammaticale e l'altra ha saputo insegnarmi a non arrendermi e a lottare per ciò in cui credo. Voglio! Non "vorrei" perchè il condizionale è il tempo dell'incertezza e del dubbio, mentre io desidero e cercherò il più possibile di ricordare tutti loro.
Tra tutte le storie che ho ascoltato, tristi, tristissime, d'amore e d'amicizia, racconterò la storia di Adelina Mihaela. Uno scricciolo castano. 12 anni. Occhi profondi come un abisso. Sorriso rarissimo che ricorda i retroscena bui della sua giovane vita. Partita dalla Romania con tutta la sua famiglia ( madre, padre e le sue tre sorelle) si è ritrovata di colpo davanti all'allontanamento forzato di due delle sue sorelle a causa di un cavillo burocratico nella modulistica del ricongiungimento familiare. Era il 29 agosto. Io ho conosciuto Mihi il 2 settembre. Era persa in un odio talmente grande che non riusciva neanche ad esternare. Ho trascorso con lei due settimane in cui abbiamo svolto attività di prescolarizzazione. Nonostante conoscesse a malapena dieci parole in italiano, svolgeva gli esercizi come un soldatino, una tortura inflittale a piccole gocce. Ogni parola diversa dal romeno era per lei un distillato di cattiveria da dover ingoiare senza fiatare. Ligia al dovere, non avrebbe mai osato ribellarsi all'istituzione che io rappresentavo.
Iniziata la scuola ho cominciato a seguirla nelle ore curriculari, seduta accanto a lei la aiutavo nella comprensione della lezione. Ha impiegato circa un mese e mezzo (12 incontri: 42 ore) prima di guardarmi in faccia quando le parlavo, prima di trovare il coraggio di uscire dalla classe durante la ricreazione. Solo nell'ultimo periodo ha iniziato a chiamarmi per nome e a scambiare due chiacchiere con le compagne di classe. Nel frattempo si era instaurato tra noi un rapporto di estrema fiducia. Io ero lì per lei, durante quelle ore si affidava a me ciecamente ed ha pianto quando le ho rimproverato di non impegnarsi sufficientemente nello studio della storia.
Il rapporto tra me e lei era mutato in complicità. Io non ero l'insegnante di tutti, io ero sua e le stavo seduta accanto, le facevo da scudo come probabilmente la madre non aveva mai fatto.
Un giorno in cui era in vena di chiacchiere, mi ha detto che lei si sveglia tutte le mattine alle 6.30, quando la madre esce per andare a lavoro e lei diventa la donna di casa: si prepara per andare a scuola, prepara la sorella di 5 anni per portarla all'asilo, la accompagna e poi va a scuola. All'uscita torna a casa, prepara il pranzo e poi va a riprendere la sorella. Nel pomeriggio sono sole, due bambine di cui una è costretta la grande, svolge i compiti, sempre. Prepara la cena, alle 20 torna la mamma e lei finalmente può dedicarsi allo studio delle materie orali perchè "se c'è Denisa no riesco".
Al ritorno dalle vacanze di Natale ho iniziato a prepararla al nostro distacco, ogni volta che ci vedevamo facevamo il conto alla rovescia dei giorni che ci rimanevano da passare insieme.
Poi è arrivato. Il 29 gennaio. Quel giorno era di nuovo arrabbiata, ma non con odio, con dispiacere. Abbiamo fatto le ultime due ore di storia. Lei, nel bel mezzo della lezione, ha tirato fuori dallo zaino una bustina di quelle trasparenti, per il congelamento dei cibi e mi ha detto "Questa è per te" sono rimasta spiazzata. Avevo per lei una lettera, scritta di getto la sera prima ma il suo regalo era di lunga più prezioso. Nella bustina c'era un bracciale tutto colorato, un origami ed un piccolo quadretto fatto da lei. C'era scritta una preghiera, una preghiera da lei formulata appositamente per me. Non l'ho letta subito. Non avrei retto il colpo. Ci siamo salutate con un lungo abbraccio, io ho pianto, lei ha sorriso. È stato bellissimo.
Sono contenta del mio percorso di Scn perchè ho potuto fare esperienze come questa che hanno lasciato in me una testimonianza tangibile di quanto alcune piccole cose possano significare molto per sé stessi e per gli altri.>>