Presentato il documentario “Fuori campo, storie di rom nell’Italia di oggi”

05/02/2015 di Redazione
Presentato il documentario “Fuori campo, storie di rom nell’Italia di oggi”

Venerdì 30 gennaio si è svolta presso il cineclub Detour di Roma la proiezione del film documentario "Fuori campo, storie di rom nell'Italia di oggi". La mattina l'incontro era riservato alla stampa, mentre la proiezione serale è stata aperta al pubblico in anteprima nazionale, con una grande risposta: in pochi giorni i posti si sono esauriti e sono già stati previsti i nuovi incontri romani, sempre al Detour, nelle date del 5 e del 10 febbraio (ulteriori informazioni sul sito http://osservazione.org/).
Presenti alla proiezione i protagonisti del film, emozionati e disponibili a rispondere alle domande del pubblico curioso, insieme a Francesca Saudino e Antonio Ardolino di OsservAzione che con il regista hanno scritto il soggetto e raccontato la genesi del lavoro che intende rispondere alla precisa esigenza di fare chiarezza sulla condizione dei rom, in Italia (sia nell'immaginario dei cittadini che in quello dell'amministrazione) ancora fortemente legati al concetto di nomadismo e precarietà.
Regista del documentario è Sergio Panariello, che con le associazioni Compare e OsservAzione ha esplorato le realtà dei diversi campi ai margini delle città italiane, scegliendo di raccontare in particolare le storie di tre persone, distantissime dagli stereotipi tipicamente italiani dei rom. Si intrecciano così le vite di Canjia, Sead e Luigi.
Canjia è una mamma di tre figli di origine macedone che vive a Bolzano e passa le sue giornate a cercare una casa a seguito dello smantellamento del campo locale; Sead invece è arrivato a 6 anni in Italia, in fuga dal Kosovo, vivendo a Napoli nel quartiere Scampia ed entrando da subito in contatto con la realtà locale, conoscendone gli aspetti nocivi della camorra ma anche una fitta rete fatta di associazioni solidali e attive sul territorio. Sead da adulto si è trasferito con sua moglie e i suoi cinque figli a Rovigo, dove lavora in una fabbrica ed è rappresentante sindacale regionale dei lavoratori.
Infine, la storia di Luigi: lui vive da sempre a Cosenza, dove lavora come netturbino. È uno dei rom italiani, insediati da generazioni in Calabria e riconoscibili ormai solo dal cognome che portano, Bevilacqua. La casa in cui vive è in un complesso residenziale riservato ai rom italiani, raggiungibile attraverso un'unica strada, "è come un campo ma in cemento" che esattamente come il resto dei campi è soggetto a continui blitz della polizia e a frequenti trasferimenti in altri quartieri lontani dai centri abitati. Questa è una condizione veramente particolare, e Luigi che parla un perfetto cosentino ha raccontato di aver scelto di accogliere l'iniziativa del film proprio per far uscire fuori questa assurda realtà dei rom italiani di Cosenza, di cui non si parla mai.
A seguito della proiezione il regista Sergio Panariello, raccontando della nascita del documentario, ha confessato di essere stato vittima per anni egli stesso della manipolazione mediatica che vuole proporre l'idea dei rom come nomadi, mentre la possibilità di entrare nelle case e nelle baracche di queste comunità ha cambiato totalmente il suo punto di vista, e questo è uno sguardo davvero percepibile dalla visione del documentario che con un tono neutro racconta la quotidianità di queste persone e dei loro legami con le istituzioni del territorio che continuano a scegliere politiche segregative e ghettizzanti.
La speranza, ha spiegato Francesca Saudino di OsservAzione, è quella che la visione del lavoro di Panariello oltre a dare voce a queste persone sempre lontane dai riflettori possa essere un'occasione per rovesciare lo stereotipo nell'immaginario collettivo carico di pregiudizio e dimostrare la totale infondatezza e mancanza di lungimiranza nelle politiche dei ghetti.