Le sfide del Social Forum

02/04/2015 di Redazione
Le sfide del Social Forum

Si è concluso sabato 28 marzo il Forum Sociale Mondiale a Tunisi. Ricordiamo che la città aveva già accolto nel 2013 il Forum, all'indomani della Primavera araba che risvegliò la partecipazione e la democrazia. E' stata scelta ancora Tunisi per affermare e dare risalto al paese e ai suoi cittadini  che sono  riusciti ad affermare la propria voglia di libertà e determinazione. Il Forum nasceva sedici anni fa per costruire un'alternativa alla globalizzazione, oggi invece si è trovato a costruire un'alternativa al terrorismo: infatti questo Forum si è svolto in un contesto particolare e cioè a meno di una settimana dall'attacco al museo del Bardo, che ha ucciso 21 persone. Hanno comunque preso parte al Forum tra le 40 000 e 50 000 persone, 20.000 in meno rispetto al previsto, dichiarano gli organizzatori. I resoconti che leggiamo sull'ormai concluso Forum parlano di una popolazione grata e accogliente verso  tutte quelle organizzazioni che hanno raggiunto Tunisi anche dopo l'attacco terroristico. In un suo articolo dal titolo "Le nuove sfide del social forum" pubblicato sul Manifesto, Giuliana Sgrena scrive  "La ricchezza di questo appuntamento è rappresentata dalla pluralità di presenze, compresi spezzoni di movimenti ecologista, pacifista, sindacalista, delle donne. Questi protagonisti continueranno la loro attività, chi in un campo più strettamente politico, chi a livello di cooperazione e solidarietà, chi in campo economico o culturale. Del resto è difficile immaginare che da questo mondo eterogeneo possa nascere una piattaforma condivisa da portare avanti insieme. Le divisioni esistono lo si è visto anche nella sessione di apertura delle donne - e non possono essere cancellate ma possono certamente coesistere. Esistono anche obiettivi condivisi, come sulla Palestina, per fare solo l'esempio più evidente e importante".  E continua "Però la strada per realizzare quell'altro mondo possibile - che è lo slogan del forum - all'insegna della dignità e dei diritti è ancora da individuare. Con la necessità di coinvolgere nuove generazioni - l'eterno problema - che a Tunisi sono presenti, come lo sono i vecchi militanti, non solo europei e mediterranei. Però forse oggi i giovani sono più attratti dal movimento Occupy, declinato a seconda delle occasioni, su singoli obiettivi. Obiettivi che rispondono all'esigenza di abbattere quelle barriere che ci dovrebbero permettere di costruire un mondo basato sulla giustizia sociale". Ya Basta scrive "E' mancata una reale discussione comune su alcuni temi centrali dell'attualità: quello che c'è dietro l'attacco al Bardo, l'affermarsi dell'Isis, la novità rappresentata dall'instaurarsi di uno stato-califfato integralista ed oscurantista, con le sue appendici africane orribili come Boko Haram, l'avanzare di autoritarismi come in Egitto, la frammentazione di interi territori come la Libia, le filiere dei vari contendenti in Siria, l'Iraq sullo sfondo di scontri come quello per ridefinire il controllo dell'area giocata su più piani da Arabia e Iran (come sta avvenendo in Yemen), il ruolo della Turchia, l'ambiguità delle relazioni internazionali globali.  In poche parole la consapevolezza che viviamo in scenari totalmente nuovi, destinati a non poter essere più letti con gli occhiali del passato, a partire dall'analisi del capitalismo finanziario del mercato globale e l'uso strumentale della crisi." Invece per quanto riguarda Un Ponte per… tra i temi su cui si sofferma nel resoconto della partecipazione al Forum scrive sull'importanza che   " (…) rendono evidente i tanti dibattiti sul ruolo dell'informazione, sul giornalismo dal basso, sulla necessità di costruire relazioni tra sponde del Mediterraneo per imporre un'altra narrativa possibile, più vicina alla realtà, lasciando parlare chi ha qualcosa da dire, dando voce a chi non ne ha. E' stato questo un altro dei temi su cui abbiamo lavorato, partecipando a diversi momenti di condivisione e dibattito che hanno reso evidente quanto, dopo le rivoluzioni arabe, continuare a raccontare in modo diretto quanto viene vissuto nel Sud del Mediterraneo sia di importanza centrale. Perché se una cosa è chiara dopo una settimana di lavori è che il fatto stesso che alcune realtà lottino sui loro territori è un punto di partenza. Sapere che in Iraq come in Siria ci sono persone che ancora resistono, e che lo fanno rifiutando polarizzazioni e violenza, è una lezione appresa che dovrebbe arrivare lontano, alle orecchie dei politici come di quei media mainstream che tanti, in questi giorni, ci hanno pregato di non ascoltare.  E che le battaglie, a Nord e a Sud, sono le stesse".
Non ci resta che aspettare il Forum del 2016 ma soprattutto i risultati che questi dibattiti possano aver avuto su tutto il Mediterraneo…