Migranti, Ue approva il piano: sì alle ricollocazioni, ma anche aumento dei rimpatri

24/09/2015 di Redazione
Migranti, Ue approva il piano: sì alle ricollocazioni, ma anche aumento dei rimpatri

La notte del 24 settembre ha segnato la fine del principio di Dublino, il regolamento per la gestione dei richiedenti asilo che obbliga l'identificazione dei migranti e la permanenza degli stessi nel primo paese Ue dove sono stati identificati. Per molto tempo i paesi di frontiera dell'Unione Europea, tra cui l'Italia, avevano invocato una revisione dell'accordo.

Era già stato approvato il 22 settembre un primo piano europeo per affrontare l'emergenza migratoria, che aveva stabilito la quota di 120 mila i ricollocamenti per i migranti nei paesi dell'Ue. La decisione però, non è stata presa all'unanimità come era stata consuetudine fino a oggi per le questioni così delicate, ma a maggioranza qualificata, registrando una profonda spaccatura tra gli stati membri, e il no netto dei paesi dell'est, Slovacchia, Romania, Repubblica Ceca e Ungheria. La Finlandia si è astenuta, ma la decisione è vincolante per tutti. A tal proposito, la Slovacchia ha annunciato che farà ricorso legale contro la decisione di Bruxelles, a cui non sembrano, per ora, aderire paesi del fronte del no. Il premier ungherese Orbàn ha espresso il suo disappunto anche in merito alle critiche di cui il suo governo è stato oggetto: «è la prima volta che gli Stati membri vengono biasimati perché hanno una posizione diversa. Essere etichettati come "cattivi europei" solo perché abbiamo un'opinione diversa è stata "un'esperienza scioccante». Non si tratta solo di posizioni divergenti, ma della messa in atto di un comportamento repressivo a danno dei migranti, che ha sconfinato nella violazione dei diritti umani. Anche se il governo di Budapest ha risposto che accetterà le direttive europee e accoglierà la quota di migranti prevista per il paese, le nuove leggi repressive per chi passa le frontiere illegalmente, la militarizzazione dei confini e le scene di trattamento disumano (come l'episodio della polizia che serve il cibo tirandolo fra la folla) restano gli elementi distintivi della politica ungherese, che non si può certo definire d'accoglienza. I media serbi hanno annunciato che l'esercito ungherese ha cominciato, poche ore dopo l'accordo, la costruzione di una barriera metallica e di filo spinato lungo il tratto di confine con la Croazia, a pochi chilometri dalla città di Botovo. Tratto che era stato il più utilizzato dai migranti negli ultimi giorni, dopo che il governo aveva rafforzato il controllo agli altri valichi. L'Ungheria chiude le porte ai profughi e ai migranti, lasciando la Croazia in difficoltà: solo nell'ultima settimana sono entrati in territorio croato 44 mila migranti.

A guardar meglio, però, più che sulla redistribuzione, l'azione europea sarà sui rimpatri, ed è proprio questo aspetto a rassicurare il Ministero degli interni italiano Alfano, che afferma: «gli hotspot pronti a partire». Gli Hotspot sono dei centri che saranno creati nelle zone di frontiera, dove si farà una prima identificazione delle persone che arrivano in Europa. L'accordo della scorsa notte ne ha fissato l'inizio delle attività entro novembre. Ne sono previsti cinque nella sola Sicilia, e i primi a funzionare potrebbero essere quelli di Lampedusa e Pozzallo. In sostanza, l'approccio Hotspot prevede che Ufficio europeo per l'asilo (Easo), Frontex ed Europol diano il loro supporto agli Stati membri per velocizzare le pratiche di identificazione, registrazione e fotosegnalamento dei migranti. Mentre con il regolamento di Dublino la responsabilità della richiesta d'asilo spettava al paese che aveva svolto il ruolo maggiore nell'ingresso del migrante nell'Ue, gli hotspot potrebbero rappresentare un primo passo verso una collaborazione europea e verso un'accelerazione dei tempi burocratici. Ma tra gli obiettivi dichiarati c'è anche l'individuazione dei profughi che hanno effettivo diritto all'asilo, dai migranti economici. Una distinzione netta, che sta dominando le cronache e che è alla base delle nuove politiche di respingimenti. Una distinzione pericolosa, perché il confine tra rifugiato e migrante economico è spesso labile e difficilmente tracciabile. In secondo luogo, perché è funzionale agli Stati, che dispongono di strumenti certi di selezione della manodopera in entrata: ed è stato il caso dell'apertura della Germania ai profughi siriani, che ha avuto il plauso di molti analisti. Un'occasione ghiotta per appropriarsi di forza lavoro qualificata a costo zero.