Povertà: 85 super ricchi possiedono quanto metà della popolazione mondiale

15/10/2015 di Redazione
Povertà: 85 super ricchi possiedono quanto metà della popolazione mondiale

In Europa ci sono 342 miliardari, con un patrimonio totale di circa 1.340 miliardi di euro, e 123 milioni di persone, quasi un quarto della popolazione, a rischio povertà o esclusione sociale. È quanto emerge dal nuovo rapporto sulla disuguaglianza, lanciato da Oxfam.
Gli anni della crisi stanno irrobustendo un fenomeno che prende avvio alla fine degli anni Settanta: l'aumento della forbice sociale, cioè la diseguaglianza fra i ricchi e poveri, con una forte crescita del numero dei poveri e delle persone a rischio povertà e la concentrazione progressiva di ricchezza nelle mani di una élite di persone, sempre più ricche a scapito del resto della popolazione.
La situazione in Europa, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, vede una crescente esasperazione dell'ineguaglianza globale in termini oggettivi e soggettivi, con il disperato aumento della povertà, alla quale globalmente corrisponde una spaventosa concentrazione di ricchezza e di reddito: 85 super ricchi possiedono l'equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale.
Il tema della disuguaglianza è entrato con forza nell'agenda globale: più volte Papa Francesco è intervenuto con preoccupazione sulla crescita della povertà, definendolo una minaccia per la democrazia e invitando i potenti del mondo a intervenire per uno sviluppo che tenga contro dei diritti dei lavoratori e dell'ambiente. Anche Obama ha ribadito nell'ultima assemblea Onu che il mondo deve agire: non possiamo più permetterci di lasciare indietro le persone. Il World Economic Forum ha posto le disparità di reddito diffuse come il secondo maggiore pericolo nei prossimi 12-18 mesi, mettendo in guardia su come stia minando la stabilità sociale e minacciando la sicurezza su scala globale. Al Summit Onu per lo sviluppo sostenibile è stata definita, proprio negli ultimi giorni, la nuova Agenda 2030, che contempla 17 nuovi obiettivi per uno sviluppo sostenibile nei prossimi 15 anni, con un investimento di 3 mila miliardi di dollari. Nel 2000 le Nazioni Unite avevano lanciato gli Obiettivi di sviluppo del millennio e oggi, dopo 15 anni di risultati spesso deludenti, rilanciano: nonostante i buoni propositi, la fame, l'analfabetismo e la disparità fra i generi permangono.
Anzi, dal precipitare di questi anni di crisi dal 2007 a oggi, la situazione si è aggravata non solo nei paesi in via di sviluppo, ma anche in quelli dove le condizioni di benessere facevano ben sperare in merito all'eliminazione definitiva delle disuguaglianze. Negli anni è diventato sempre più palese che le opportunità offerte dal mercato non vadano a beneficio della popolazione. A ben guardare infatti, le disuguaglianze crescevano anche prima della crisi del 2008, mascherate da un'economia prospera che rendeva sopportabile l'accumulazione sempre maggiore di ricchezze da parte di una ristretta fascia della popolazione. Dagli anni Settanta in poi, la tassazione per i ricchi e per i grandi gruppi industriali è andata progressivamente diminuendo nella maggior parte dei paesi nel mondo. Una diminuzione che negli anni Ottanta e Novanta, sotto l'egida di Reagan negli Usa e della Thatcher nel Regno Unito, ha caratterizzato la stagione nascente del neoliberismo. Una tendenza che si è rafforzata fino a oggi e che non ha riguardato solo l' Europa o gli Usa: in Africa le grandi multinazionali, in particolare quelle dell'industria mineraria/estrattiva, sfruttano la propria influenza per evitare l'imposizione fiscale, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi potrebbero utilizzare per combattere la povertà. In India il numero di miliardari è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni a seguito di politiche fiscali altamente regressive, mentre il paese è tra gli ultimi del mondo se si analizza l'accesso globale a un'alimentazione sana e nutriente. Negli Stati Uniti, il reddito dell'1% più ricco della popolazione è aumentato ed è ai livelli più alti dalla vigilia della Grande Depressione.
L'idea, sempre più dominante, che uno Stato leggero e meno assistenziale volesse dire più libertà per i cittadini, è stata la copertura culturale a un processo che ha visto gli Stati ridurre i propri investimenti nel Welfare e nell'istruzione pubblica, privatizzando interi settori. Una privatizzazione che ha investito anche quei servizi che garantivano il sistema di previdenza sociale, istruzione pubblica, diritto all'abitare, che hanno caratterizzato lo sviluppo dei paesi europei nel Dopoguerra. Quel sistema che, in Europa, ha contribuito alla crescita della classe media, poiché garantiva due aspetti fondamentali della vita dei cittadini: la sicurezza e le opportunità. La sicurezza di non finire sul lastrico all'insorgere di una malattia o di poter studiare in un'università pubblica e fare la scalata sociale. Già negli anni Ottanta la Thatcher faceva scuola nello smantellamento dell'efficiente ma costoso stato sociale, cancellando in un colpo di spugna le lotte sociali che, con la loro spinta propulsiva, ne avevano, in parte, determinato la creazione e lo sviluppo.
Anche se negli Stati Uniti non si sono mai verificate le condizioni per la creazione di un welfare simile a quello europeo, la stagione che seguì la crisi del 1929 fu segnata da una serie di investimenti in infrastrutture per assorbire l'enorme disoccupazione causata dal crollo di Wall Street. Questi investimenti hanno innescato una spirale virtuosa ( più salari, con conseguente aumento della domanda e della produzione) che ha poi, anche a seguito del conflitto mondiale, molto lentamente fatto uscire il paese dalla recessione. La memoria di quello sconvolgimento che fu la crisi del 1929 aveva indotto la classe politica a istituire una serie di controlli per il mercato, in modo da evitare future derive incontrollate. Il neoliberismo ha cancellato le conquiste e la memoria storica dei decenni precedenti.
Gli anni del neoliberismo e dell'ascesa di Reagan negli Usa e della Thatcher nel Regno Unito, hanno segnato un cambio di passo: le disuguaglianze, che già avevano ripreso lentamente a crescere con il riflusso dei movimenti dei lavoratori in molte parti del mondo, ebbero un'accelerazione. Questa conquista di opportunità dei ricchi a spese delle classi povere e medie ha contribuito a creare una situazione in cui, nel mondo, 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi trent'anni, e dove l'1% delle famiglie del mondo possiede il 46% della ricchezza globale (110.000 miliardi dollari)
La fiducia in una crescita senza limite e nell'infallibilità dei mercati, indussero anche la classe politica di questa stagione a cancellare la maggior parte delle misure correttive che, forti della memoria del disastro della crisi del 1929, avrebbero dovuto impedire nuovi irreparabili collassi dell'economia. Con questo passo di marcia si è arrivati alla crisi economica mondiale scoppiata a partire dal 2007. A sette anni dal crollo di Lehman&Brothers, si può affermare che gli anni che sono seguiti al crollo delle banche sono stati segnati dai programmi d'austerità. Nulla di nuovo. Oxfam denuncia che i programmi di austerità voluti dai vertici europei e dalla Banca centrale europea assomiglino pericolosamente alle rovinose (e fallite) politiche di aggiustamento strutturale imposte in America Latina, Sud Est Asiatico e Africa Sub-Saharia negli anni '80 e '90: «i programmi di austerità attuati in Europa hanno smantellato le misure di riduzione della disuguaglianza e di stimolo alla crescita equa. Con tassi di disuguaglianza e povertà in crescita, l'Europa sta vivendo un decennio che rischia di ridisegnare gli equilibri nel continente: se queste misure continueranno, altri 15-25 milioni di persone in Europa potrebbero diventare poveri entro il 2015».
Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale concessero aiuti ai paesi africani in cambio di politiche lacrime e sangue: tagli alla spesa pubblica, riduzione degli stipendi, nazionalizzazione del debito privato, e un modello di gestione del debito in cui i rimborsi ai creditori delle banche commerciali avevano la precedenza rispetto alle spese necessarie alle politiche sociale ed economiche.
Analogo fu il caso dell'Argentina, che implose a causa di un debito pubblico alto, una forte inflazione, per aver sperperato gli introiti delle privatizzazioni, aver pagato la crisi dei suoi principali compratori e aver ancorato la sua moneta al più forte dollaro. A pagare il prezzo del crac del paese furono, anche in questo caso, i cittadini: con la disoccupazione alle stelle, il taglio degli stipendi e delle pensioni, il ridimensionamento del Welfare state.
Le politiche europee degli ultimi anni hanno funzionato nel salvataggio delle istituzioni finanziarie, ma lo hanno fatto scaricandone il peso sui cittadini. Le banche sono state salvate con soldi pubblici. provocando un ulteriore aggravio del debito pubblico. Le misure d'austerità che la Banca Centrale ha imposto come condizione per la permanenza nella zona Euro, hanno come presupposto indiscutibile profondi tagli alla spesa pubblica (istruzione, sanità, sicurezza sociale), smantellando tutte le misure utili a prevenire e sanare le disuguaglianze sociali. Il fallimento di queste politiche è sotto gli occhi di tutti: tant'è che, nell'acceso dibattito che si è scatenato attorno alla difficile situazione finanziaria e politica della Grecia, istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale hanno dovuto ammettere che queste misure hanno fatto male sia alla crescita che all'uguaglianza.
La realtà in Europa continua a essere fatta di livelli record di disoccupazione giovanile di lungo periodo e del valore reale del reddito medio che continua a precipitare, riducendosi più velocemente nei paesi che hanno implementato tagli aggressivi alla spesa. È il dramma dei working poor, i lavoratori poveri: in Europa oggi quasi una "working family" su 10 vive in povertà. I bassi salari e la privatizzazione di (quasi) tutti i servizi pubblici e assistenziali ha come effetto il rapido impoverimento delle famiglie, anche se i membri di queste lavorano.
Non solo un impatto negativo sui cittadini e sulle famiglie, ma anche sugli Stati: l'Europa è sempre più divisa nella crisi. Le politiche d'austerità hanno contribuito all'aumento delle disparità tra aree forti ed aree deboli dell'Ue. Ovviamente, anche all'interno degli stessi Stati, le disparità si sono dilatate. Il risultato a casa nostra è quello di un'Italia sempre più divisa e diseguale, con un Sud che si colloca in un "equilibrio implosivo", che si caratterizza per una crescente perdita di produttività, minore occupazione, fuga dei giovani e minore benessere.
L'ultimo rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno, fotografa un'Italia sempre più disuguale, in cui è il Sud a farne maggiormente le spese. Dal 2007 al 2013 è duplicata la percentuale di famiglie povere nelle regioni meridionali. Il Pil resta negativo nel 2014 per il settimo anno consecutivo. Nello stesso anno, quasi il 62% dei meridionali guadagna meno di 12 mila euro annui, mentre nel nord del Paese la stessa condizione investe il 28,5% della popolazione. I consumi delle famiglie sono crollati del 13% e gli investimenti dell'industria del 59%. Il Mezzogiorno tra il 2008 e il 2013 registra una caduta dell'occupazione del 9%, di quattro volte superiore che nel resto del Paese (-2,4%): delle circa 985 mila unità perse in Italia, ben 583 mila sono al Sud. Nella crisi, si è concentrato al Sud circa il 60% delle perdite occupazionali complessive, a fronte di una quota del totale degli occupati che ormai vale poco più di un quarto. Una situazione che soffre anche di carenze strutturali di opportunità per le donne: le regioni del Sud presentano uno dei più bassi tassi di partecipazione femminile alle forze lavoro in Europa (53,6%, contro il 66% della Ue). Nella graduatoria delle 272 regioni europee, quelle del Sud sono tutte nelle ultime 10 posizioni, insieme a Malta e il Sud-Est della Romania.