Francia blindata: il limite tra libertà e sicurezza

19/11/2015 di Redazione
Francia blindata: il limite tra libertà e sicurezza

In risposta agli attentati di Parigi, la Francia ha intensificato il suo attacco nei confronti della Siria scagliando una pioggia di bombe su Raqqa, con l'intento di mettere in ginocchio una zona ritenuta il quartier generale del sedicente Stato Islamico. Ma non è questo l'unico fronte di guerra che lo Stato sta combattendo: l'altro è in casa. Il Presidente francese François Hollande ha decretato lo stato d'emergenza in tutto il territorio nazionale in risposta agli attentati di Parigi, dichiarando inoltre di voler consolidare e rafforzare questa misura straordinaria, passando anche per la modifica della Costituzione.  Occorre tenere ben presente che gli autori degli attentati di questo 2015, prima a Charlie Hebdo e ora sulla cittadinanza parigina colpendo a caso nel cuore della città, erano quasi tutti in possesso di documenti francesi: cittadini dalle origini straniere ma nati e cresciuti in Francia. Mentre restano le vaghe le notizie sulle possibili morti di alcuni potenti dirigenti politici dell'Isis sotto i bombardamenti, Parigi si è svegliata cinque giorni dopo i fatti sanguinosi di venerdì sera con il quartiere di St. Denis blindato dalle prime ore del mattino e un lungo assedio delle teste di cuoio all'appartamento-covo di terroristi islamici: 7 arresti, i cui nomi non possono essere rivelati, e due morti, uno dei quali una donna che si è fatta esplodere per non cadere nelle mani delle forze dell'ordine. Un terrorista ricercato, e forse uno sarebbe ancora in fuga. Lo Stato d'emergenza è un dispositivo contenuto in una legge del 3 aprile 1955, durante la guerra d'indipendenza dell'Algeria e fu applicato solamente sul territorio coloniale. La stessa misura fu usata nel territorio occupato in Kanaky per la durata di circa sei mesi. Il provvedimento ha trovato applicazione sul territorio metropolitano francese in Europa già nel 2005, durante le rivolte delle banlieue, le periferie francesi. Per la prima volta in questi giorni, lo stato d'emergenza si estende a tutto il territorio francese. Molte saranno le ripercussioni sulle libertà pubbliche e il dibattito è molto acceso. Lo Stato d'emergenza conferisce poteri speciali ai prefetti e permette di dichiarare il coprifuoco, interrompere la libera circolazione, impedire qualsiasi forma di manifestazione pubblica e chiudere luoghi di aggregazione come le sale da concerto e i bar. Consente inoltre il controllo dei mezzi d'informazione e permette alle forze dell'ordine perquisizioni a domicilio di giorno e di notte. Viene proclamato dal consiglio dei ministri e dura dodici giorni. Lo stato d'emergenza in cui si trova la Francia da venerdì scorso non ha alcuna definizione costituzionale. Per questo Hollande ha annunciato al parlamento il progetto di una vasta revisione della costituzione per "permettere ai poteri pubblici di agire conformemente allo stato di diritto contro il terrorismo di guerra". In sostanza, il Presidente vorrebbe dotare lo Stato di strumenti per estendere l'emergenza su un periodo di lunga durata, magari alleggerendone alcuni aspetti.  La proposta di modifica della Costituzione è l'elemento che più preoccupa parte dell'opinione pubblica. Se ci rifacciamo alla definizione di stato d'eccezione usata da Agamben, parliamo di una "sospensione dell'ordine costituzionale vigente o quanto meno di un segmento significativo, effettuata da Parte dell' autorità statale, che dovrebbe essere normalmente garante della legalità e del suo rispetto". Con la modifica della Costituzione, si potrebbe inaugurare la base di uno stato d'eccezione permanente, in cui sarebbero in parte superate le garanzie di libertà individuali. Scrive Salinari sul Manifesto che lo stato d'eccezione è "una condizione che nelle democrazie occidentali è, e deve, restare una misura contingente, ma che rischia invece di diventare la modalità attraverso la quale non solo si cerca di governare l'avvenimento eccezionale ma si normalizza l'andamento democratico in nome della sicurezza nazionale". E conclude dicendo che "bisogna che i democratici si preparino a evitare che questa situazione venga estesa oltre i limiti del dovuto, cioè la necessità di individuare gli attentatori di Parigi, e non venga invece utilizzata come cornice extragiudiziaria per normalizzare altre libertà repubblicane, come la libera circolazione delle persone o gestire con mezzi eccezionali i flussi migratori e quant'altro attiene alla globalizzazione in un mondo di guerra permanente".  In un articolo su nazioneindiana.com Jamila Mascat, Dottore di ricerca in Filosofia, nota che le vittime, di decine di diverse nazionalità, che stavano godendo dei momenti di svago del fine settimana, forse non erano frutto del caso. Il risultato di questo attacco è immediatamente "la percezione diffusa, spaventosa e asfissiante che attacchi di questo genere siano sempre possibili perché imprevedibili e fuori controllo [...] Il risultato di questo risultato è il rischio che di fronte alle schegge apparentemente impazzite del terrorismo, si finisca per impazzire tutti e ritrovarci senza bussola a ingoiare i deliri securitari di cui si nutrono in questi giorni il discorso del governo e le chiacchiere dell'opposizione". Di fronte alla minaccia, si serrano i ranghi per l'unità nazionale. Come osserva Judith Butler, "Lo stato di emergenza dissolve la distinzione tra Stato ed esercito. La gente vuole vedere la polizia, una polizia militarizzata a proteggerla. Un desiderio pericoloso, per quanto comprensibile. Molti sono attratti dagli aspetti caritatevoli dei poteri speciali concessi al sovrano in uno stato di emergenza, come ad esempio le corse in taxi gratuite, la scorsa notte, per chiunque avesse bisogno di tornare a casa, o l'apertura degli ospedali per i feriti. Non è stato dichiarato il coprifuoco, ma i servizi pubblici sono stati comunque ridotti e le manifestazioni pubbliche vietate - ad esempio i rassemblements ("assembramenti") per piangere i morti sono stati considerati illegali". La filosofa statunitense, che si trova a Parigi, trova significativa che Hollande abbia dichiarato tre giorni di lutto nazionale nello stesso momento in cui intensificava i controlli di sicurezza e si domanda: "Stiamo partecipando a un momento di lutto? O stiamo legittimando la militarizzazione del potere statale, o forse la sospensione della democrazia…? In che modo questa sospensione accade con più facilità, quando viene venduta in nome del lutto?".  Gli aspiranti candidati alla presidenza della Repubblica francese non si sono risparmiati dichiarazioni forti: Marine Le Pen ha definito "batteri" gli immigrati, batteri da espellere. Sarkozy ha proposto la creazione di campi di detenzione per tutti coloro che siano anche solo sospettati di avere legami con i gruppi jihadisti. Il Presidente Hollande, intevenendo alla conferenza dei sindaci francesi, ha dichiarato di aver chiesto di ristabilire i controlli alle frontiere, nel rispetto del Tratto di Schengen. Non è da escludere che la Francia decida di consolidare la sua guerra nazionalista contro gli immigrati dal momento che uno degli attentatori è arrivato in Francia passando per la Grecia. Il passaporto siriano dell'attentatore, probabilmente contraffatto, ha fatto il giro di diversi paesi dei Balcani prima di arrivare nello Stato francese.  "Noi siamo la patria dei diritti dell'uomo. Sono qui per sottolineare l'unità nazionale e per sottolineare la nostra determinazione", ha detto il Presidente all'inizio della settimana di fronte alle Camere riunite. Lunghi applausi e momenti di commozione, ma alla richiesta di modifica della Costituzione, il centrodestra si è espresso per il no. Il presidente del gruppo dei Repubblicani (l'exUmp di Sarkozy) all'Assemblea nazionale, Christian Jacob, ha detto di non vedere alcuna giustificazione per emendare la Costituzione, che già "fornisce il modo chiaro gli strumenti legali per affrontare qualsiasi situazione", ha detto ai deputati dopo che Hollande aveva lasciato l'aula di Versailles. Lo scorso luglio è stata infatti promulgata una legge sull'intelligence, che aveva raccolto i commenti preoccupati persino nel New York Times, che aveva lanciato l'allarme sulle ricadute potenziali di una legge che conferisce all'esecutivo il potere straordinario di scavalcare i giudici nella gestione dei protocolli di sorveglianza. E per questo invitava il parlamento francese a difendere i diritti democratici dei cittadini contro le conseguenze di una politica di controllo e spionaggio ingiustificatamente espansiva e invasiva che tra le altre cose prevede restrizioni sensibili alla libertà di stampa.  Oltre alle possibili modifiche costituzionali, Hollande ha annunciato anche un mantenimento del numero degli effettivi nel campo della difesa fino al 2019 e la creazione di 5 mila nuovi posti di lavoro tra militari e poliziotti nei prossimi due anni, sottolineando che entro il 2020 si arriverà a 10 mila nuovi posti nel settore della sicurezza. Resta tutta aperta, però, la partita sul fronte interno: quali politiche saranno rivolte a questi giovani delle periferie, francesi e stranieri insieme, le terze o quarte generazioni di migranti nate e cresciute in Francia che rappresentano il bacino pescoso della propaganda islamista di Daesh, lo Stato Islamico. Chi si sta interrogando sui motivi che spingono questi giovani a partecipare a questa guerra?  Scrive Didier Péron su Libération che "avere vent'anni nel 2015 significa essere nati nel 1995, l'anno dell'assassinio razzista di Imad Bouhoud, gettato nel porto di Le Havre da alcuni skinhead, l'anno degli otto attentati islamisti fino alla morte di Khaled Kelkal; significa avere sei anni quando cadono le Torri Gemelle. Non sappiamo descrivere la parte oscura, invisibile delle influenze politiche che danno forma agli individui negli anni di apprendistato, mentre sappiamo farlo bene con i traumi privati grazie alla psicoanalisi".  Nell'ottobre del 2005, le periferie francesi erano state messe a ferro e fuoco in risposta al comportamento di due agenti di polizia, accusati di non aver assistito due adolescenti rimasti folgorati in una cabina di trasformazione elettrica, nella quale si erano rifugiati fuggendo dagli stessi agenti a Clichy-sous-Bois, nella banlieue parigina. La guerriglia urbana che seguì questo avvenimento durò tre settimane. Nel maggio scorso i due agenti sono stati assolti e la notizia ha provocato altri disordini nelle periferie.  Il ricordo di questa ribellione emerge spontaneo in questi giorni di fronte agli identikit degli attentatori. Qual è ora la situazione nelle banlieue? Due anni dopo la rivolta iniziava la crisi economica i cui strascichi si riversano ancora pesantemente in Europa, in termini di disoccupazione, bassi salari e tagli al welfare. Non si fatica a immaginare come, soprattutto nelle periferie, le condizioni di vita possano essere peggiorate.  Marina Terragni, giornalista e blogger, ha pubblicato i frame di un ragazzo-bomba nei momenti immediatamente precedenti all'attentato che lo avrebbe condannato a morte. Il ragazzo è colto in un momento di pianto. Da qui la giornalista avvia una riflessione "La bomba umana è fatta di umiliazione, di rabbia, di gioventù, di intemperanze ormonali, del non credere più che convenga cercare qualche America. Del fatto di essere trattato come un eroe per tutto il tempo della preparazione e fino al momento dell'azione. Dell'onore, forse anche dei soldi che toccheranno alla famiglia in conseguenza del sacrificio".  A chi in questi giorni si appella all'unità nazionale, bisognerebbe chiedere che idea ha in mente di società. Daesh, lo Stato Islamico, risponde a logiche si misurano con la geopolitica internazionale e sul controllo di importanti settori d'affari, tra cui il petrolio. Ma qui, nel cuore pulsante dell'Europa, fa presa su giovani in cerca di un riconoscimento.  Di fronte alla risposta securitaria, necessaria di fronte all'emergenza, saranno in grado i governi d'Europa di rispondere alle sfide complessive che questo momento storico pone loro davanti agli occhi? Il prossimo futuro è legato in buona parte a questo quesito.