Ue: etichette sui prodotti dei territori occupati, “Non sono made in Israel”

19/11/2015 di Redazione
Ue: etichette sui prodotti dei territori occupati, “Non sono made in Israel”

Non più etichette "Made in Israel" bensì "West Bank" o "Golan" per distinguere i prodotti locali arabi, indicati con la dicitura "Made in Palestine", da quelli derivanti da aziende che si trovano negli "insediamenti ebraici". Mercoledì 4 novembre, la Commissione europea ha adottato una comunicazione riguardo l'indicazione di origine delle merci provenienti dai territori occupati da Israele dal giugno 1967. La comunicazione si basa sulla legislazione preesistente UE che, in linea con il diritto internazionale,  non riconosce la sovranità israeliana sui territori occupati di Palestina ( vale a dire le alture del Golan, la Striscia di Gaza e la West Bank, compresa Gerusalemme Est) e ritiene quindi forviante e inesatta l'etichetta  "made in Israel". Export per 50 milioni Il «Barkan Park» ospita oltre 120 aziende che producono una parte importante dei circa 50 milioni di dollari di prodotti che ogni anno vengono esportati verso l' Ue, su un totale di export israeliano di 13 miliardi di dollari. L'etichetta sarà obbligatoria per diversi prodotti in esportazioni:  frutta fresca, verdure, vino, uova, miele, prodotti biologici e cosmetici mentre è ritenuta volontaria per i prodotti industriali e alimentari preconfezionati .  La decisione di Bruxelles  ha però scatenato le immediate reazioni di Israele. Netanyahu, infatti ,ha sospeso alcuni dei dialoghi diplomatici con la UE giudicando la decisione come un attacco nei confronti dello Stato ebraico e a supporto della campagna, divenuta internazionale, del  BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) che dal 2005 fa appello ai grandi Stati per imporre embargo e sanzioni contro la politica di occupazione dello Stato di Israele. Dal canto suo il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, smentisce qualunque supporto dell'esecutivo comunitario alla campagna. La commissione europea ha quindi pubblicato in questi giorni le linee guida fortemente richieste dai 16 paesi membri, tra cui l'Italia alle quali Israele dovrà attenersi. Dal 2009 il Regno Unito ha già avviato in maniera volontaria una etichettatura che distingue i prodotti israeliani da quelli provenienti dalle colonie, e lo stesso hanno fatto anche la Danimarca nel 2013 e il Belgio nel 2014. Gli altri Paesi si erano impegnati a introdurre misure simili ma aspettavano il responso della Commissione.