Diritto d’Asilo: dalla procedura normata agli hotspot

10/12/2015 di Redazione
Diritto d’Asilo: dalla procedura normata agli hotspot

Si è svolto nell'ambito dell'iniziativa "Istruzione, futuro, intercultura" il dibattito sul "Diritto d'Asilo: dalla procedura normata agli hotspot". Con il coordinamento di Carla Baiocchi sono intervenuti Stefano Greco di FOCUS-Casa dei Diritti Sociali ,Valentina Itri di ARCI, Padre Camillo Ripamonti del Centro Astalli, Rachele Cocciolito dottoranda presso Università degli Studi di Teramo e Flavio Valerio Virzì dottorando presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". L'approccio hotspot, ultima novità introdotta dall'Unione Europa nel settembre 2015 per far fronte alle ondate migratorie degli ultimi mesi, rappresenta un cambiamento sostanziale delle procedure di identificazione ai fini dell'ingresso o del respingimento nei Paesi europei. Molta attenzione è stata data negli ultimi mesi agli sbarchi dei profughi sulle coste dell'Italia e della Grecia, anche a seguito di naufragi catastrofici in cui hanno perso la vita centinaia fra uomini, donne e bambini, che non potevano lasciare indifferenti l'opinione pubblica. L'inasprirsi del conflitto siriano ha provocato anche lunghe colonne di camminanti che si sono riversati lungo i confini europei, che hanno affollato le stazioni e i valichi di frontiera. Il motivo del contendere principale fra i paesi dell'Unione Europea - e, in generale, i paesi del continente europeo - ha riguardato soprattutto il Regolamento di Dublino, secondo il quale un migrante dovrebbe fare domanda d'asilo nel paese europeo in cui viene identificato per la prima volta. Questo regolamento è stato, negli anni, osteggiato sia dalle correnti politiche xenofobe e razziste, sia dai movimenti sociali e dalle organizzazioni che si occupano di immigrazione. Il motivo è semplice: il primo effetto del regolamento di Dublino è quello di sovraccaricare il paese più esposto alle correnti migratorie: parliamo quindi delle coste sul Mediterraneo nell'Ue di Italia, Grecia e Spagna, o dei paesi dell'est, sulla cosiddetta "rotta balcanica". Non da meno, questo regolamento è nella maggior parte dei casi in contrasto con il progetto migratorio di molte delle persone che arrivano. È scontato infatti, che in moltissimi casi, più che all'assistenza pubblica e delle associazioni, i migranti possano contare sul sostegno di una comunità proveniente dal paese e ormai stabilizzata, o dalla presenza di uno o più familiari. Il risultato, negli anni, è stato quello di una violazione sistematica del regolamento di Dublino: migliaia sono stati, negli anni, i migranti che sono riusciti a eludere i controlli nel primo paese europeo d'approdo. Dimostrata è anche la connivenza delle autorità per far sì che molti degli arrivati fossero liberi di lasciare il territorio italiano. La conferma di tale prassi è ravvisabile dalla semplice osservazione dei numeri: fra i paesi che ricevono il maggior numero di richieste d'asilo, in Europa, troviamo la Germania e la Svezia: paesi che non sono assolutamente sulle rotte migratorie. L'Unione europea ha perciò pensato a un cambio radicale delle politiche in materia di prima accoglienza: in primo luogo rafforzando la presenza ai confini, soprattutto sulle coste, in modo da identificare con certezza tutti coloro che arrivino. Così in Italia e in Grecia si sta applicando, da novembre 2015, il metodo Hotspot: in sostanza, una procedura per l'identificazione veloce di chi sbarca e la conseguente distinzione fra richiedenti asilo e migranti economici. I primi saranno poi destinati ai percorsi d'accoglienza presenti sul territorio o ricollocati in altri Paesi europei secondo quote e criteri stabiliti dai paesi stessi e che non tengono conto del progetto migratorio di chi arriva. Gli altri, quelli definiti migranti economici, riceveranno un immediato provvedimento di espulsione a proprio carico. Il metodo "migliore", secondo tutti i relatori presenti in sala, per creare sacche di clandestinità e di emarginazione sociale. Giacché, spiegano, il rimpatrio non è eseguito dallo stato, né è preclusa ai migranti che hanno ricevuto un decreto d'espulsione la possibilità di richiedere asilo in un secondo momento: possibilità che però contempla il rischio della reclusione in un Cie, poiché si continua a permanere illegalmente sul suolo italiano.Al dibattito sul possibile peggioramento delle condizioni dei migranti nel nostro Paese e sull'incapacità dei paesi europei di garantire una degna accoglienza e il rispetto del diritto d'asilo, c'è anche un acceso dibattito sul rapporto tra decisioni europee, costituzioni nazionali e democrazia.L'avvocato Stefano Greco ha sottolineato che nello scorso settembre, "nell'arco di una settimana sono state prese in Europa due decisioni che si possono trovare facilmente sulla Gazzetta dell'Unione Europea e che portano alla creazione di un sistema che sorpassa e cancella tutto quello che era stato fatto prima". Il parlamento italiano non ha legiferato nulla in merito, né ratificato le decisioni prese a Bruxelles. Il che va aggiungersi ad altri problemi strutturali della legislazione italiana in materia di immigrazione: come ha efficacemente spiegato Flavio Valerio Virzì, in Italia si è sempre agito sulla base dell'emergenza, anche se i flussi, se pur tuttavia raggiungono dei picchi più alti in concomitanza dell'inasprirsi o del sorgere dei conflitti in Africa e nel Medio Oriente, sono costanti da diversi anni. Non esiste una legge che regolamenta il sistema d'accoglienza che fino a oggi è stato gestito in via del tutto emergenziale con l'intervento delle prefetture. Un sistema che è articolato in due diverse fasi: nella prima fase il richiedente è accolto nei centri governativi di prima accoglienza, dove permane il tempo necessario all'identificazione e all'accertamento delle condizioni di salute. La seconda fase è riservata solo a coloro che sono inseriti nella procedura per la richieste d'asilo. Per tutti gli altri, il destino è quello della detenzione nel Cie, in attesa del respingimento. O all'abbandono sul suolo italiano in una condizione di illegalità, e quindi di estrema vulnerabilità, con l'unica eccezione dei minori o delle persone portatrici di specifiche esigenze sanitarie, come le donne in gravidanza, o soggetti affetti da gravi malattie o disturbi o che siano vittime di tratta o abbiano subito torture, stupri o altre forme di violenza, anche psicologica.Che cos'è il diritto d'asilo? Rachele Cocciolito ha chiarito che il diritto d'asilo non è una prerogativa del soggetto, ma un diritto che lo Stato ha la prerogativa di concedere sulla base di alcune condizioni. Un principio che contrasta con quello stabilito dalla dottrina costituzionale, che invece lo riconosce come un diritto soggettivo, che peraltro supera anche le situazione specifiche e personale che il soggetto ha vissuto nel proprio paese d'origine. Per la Costituzione italiana tutti coloro che provengano da paesi che non garantiscono le stesse libertà costituzionali garantite nello Stato italiano, hanno diritto di chiedere protezione in Italia. Questo principio è stato largamente disatteso in Italia e in Europa: con il metodo hotspot, per esempio, la finalità è quella di riconoscere immediatamente come aventi diritti d'asilo coloro che provengano da paesi come la Siria, il cui conflitto è innegabile. Per altri casi, la procedura non è così immediata, nonostante i conflitti o le condizioni politiche del paese di provenienza palesino le stesse necessità, con la presenza di pericolo diffuso o pericolo personale. Con le due decisioni di settembre, l'Unione europea ha cercato di individuare un meccanismo che impegni tutti gli stati dell'Unione a dare un contributo nella gestione dell'emergenza migratoria degli ultimi mesi, alleggerendo il peso che gli stati di frontiera si sono trovati a sostenere. Il metodo hotspot è quindi parte di questa procedura, tanto che l'UE ha assicurato anche la collaborazione delle istituzioni comunitarie nella loro applicazione. La finalità nobile di tale provvedimento - immediatamente esecutivo, come abbiamo visto - era quella di procedere, in un secondo momento, alla ricollocazione dei richiedenti asilo nei diversi paesi europei. Una ricollocazione problematica perché, oltre a non tenere conto del progetto migratorio di chi arriva sul suolo europeo, presenta un problema proprio sul criterio dell'identificazione: il criterio è il solo paese di provenienza. Questo entra profondamente in contraddizione con il carattere soggettivo del diritto d'asilo. Come ha spiegato Valentina Itri, questo principio per la ricollocazione è lontano dalla realtà dei fatti: a giudicare dalle provenienze dei migranti che arrivano in Italia, possiamo dire che nel nostro Paese non ci siano attualmente persone da ricollocare. Motivo principale per cui queste ricollocazione non sono state effettuate. Oltretutto, c'è la situazione particolare della Grecia: al paese era stato riconosciuto di non avere la capacità per rispettare i diritti dei richiedenti asilo, e dei migranti che venivano identificato entro i confini greci, non veniva applicato il regolamento di Dublino, secondo il quale avrebbero dovuto far rientro nel Paese qualora avessero provato a recarsi in un altro paese europeo. Questo basta di per sé a spiegare come l'istituzione di punti hotspot in Grecia sia sostanzialmente inutile: ben sapendo che non ci sarà nessun respingimento verso la Grecia, i migranti preferiscono intraprendere da soli il viaggio verso altri paesi europei, piuttosto che affidarsi a delle istituzioni e dover rinunciare alla possibilità di scegliere dove e come ricostruirsi una vita. Ma intraprendere il viaggio autonomamente, significa essere vulnerabili e affidarsi, nella maggioranza dei casi, a quel mondo sommerso di sfruttatori che fanno pagare a caro prezzo la possibilità di varcare le frontiere. Altra preoccupazione dell'UE, era quella di velocizzare le procedure di richieste d'asilo e rispondere con la celerità dei tempi all'incremento delle richieste. Sacrosanto diritto dei migranti quello di non aspettare mesi - talora anni - per vedere l'esito della propria domanda, ma che ha prodotto un'accelerazione smodata delle procedure e dei colloqui, che troppo spesso non tiene conto delle condizioni fisiche e psicologiche di chi è appena arrivato. Un'accelerazione che trova la sua massima espressione nei colloqui effettuati nei punti hotspot.  A proposito dei Cie, ingiustamente enumerati nel sistema d'accoglienza, Padre Camillo Ripamonti del Centro Astalli, ha riferito di casi in cui delle persone che potevano richiedere asilo sono state trasferite indebitamente nei centri di detenzione e identificazione, come nell'ormai noto caso di oltre sessanta nigeriane vittime di tratta che sono finite nel Cie di Ponte Galeria a Roma. Secondo padre Ripamonti, se da un lato il fatto che tante persone non siano più costrette ad attendere nel Cie tempi lunghissimi, dall'altro questa accelerazione delle procedure rischia di non tenere conto delle storie personali dei migranti e di respingere persone che avrebbero tutto il diritto di chiedere la protezione umanitaria. Per esempio, le persone vittime di torture, hanno come primo sintomo all'arrivo un'amnesia temporanea da stress che non permette loro di ricordare le proprie vicende personali. Vicende dolorose, delle quali non si tiene affatto conto.  Sarebbe auspicabile, pertanto, ripensare il sistema d'accoglienza: pensarlo come idoneo a rispondere a un nuovo scenario in cui le migrazioni non sono un fenomeno passeggero, ma una costante determinata dai conflitti politici e, purtroppo, dalla crescita dei disastri ambientali. Mettendo al centro le persone, non i numeri o le classificazioni astratte.