Referendum anti-trivelle: regioni, ambientalisti e No Triv chiedono l’accorpamento con le elezioni amministrative

28/01/2016 di Redazione
Referendum anti-trivelle: regioni, ambientalisti e No Triv chiedono l’accorpamento con le elezioni amministrative

Accorpare la consultazione popolare sulle trivellazioni e le elezioni amministrative della prossima primavera: è questa la richiesta che le Regioni, gli ambientalisti e il movimento No Triv hanno mosso al Governo in nome della spending review: l'accorpamento, infatti, farebbe risparmiare alle casse dello Stato ben 330 milioni di Euro. Una cifra considerevole soprattutto in questi tempi di austerity e con l'Italia sempre nel mirino dei creditori per l'elevato debito pubblico.
Il presidente del Consiglio regionale della Basilicata Piero Lacorazza ha rivolto con un tweet  un appello al premier Matteo Renzi: "Non si possono gettare 300 milioni per sacrificare la democrazia. Coraggio". E ha invitato il capo del governo a unire le date della consultazione anti-trivelle e del primo turno delle elezioni amministrative. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella deciderà infatti la data del referendum, proprio su proposta del Governo, tra il 10 e il 15 febbraio prossimi. La tornata popolare si dovrebbe tenere, per legge, tra il 15 aprile e il 15 giugno (circola già la data di domenica 17 aprile). Che di certo non coinciderà con le amministrative. "Se non si facesse l'election day ci sarebbero tre consultazioni elettorali tra 15 aprile e 15 giugno" spiega Piero Lacorazza, secondo cui è giusto che "il popolo decida tra sì e no, non tra sì e non voto". Il timore di non raggiungere il quorum previsto per validare il risultato della consultazione è uno dei motivi che spinge i comitati e le Regioni a fare pressioni per ottenere un election-day. Ma il netto rifiuto sarebbe anche un segnale sgradevole da parte del Governo, che di fronte alla possibilità di risparmiare un'enorme somma di denaro pubblico e facilitare il voto dei cittadini, mostrerebbe di preferire la strada più dispendiosa pur di non confrontarsi col voto popolare. Anche il coordinamento nazionale No Triv e le associazioni ambientaliste (Legambiente, Greenpeace e Wwf) hanno ribadito qualche giorno fa, in una conferenza stampa alla Camera dei deputati, la necessità di unire le consultazioni in un'unica giornata, in nome della spending review. Alcuni parlamentari di Sel e Alternativa libera hanno annunciato che cercheranno alla Camera il sostengo per una mozione che impegni il governo in questa direzione. Oltre al risparmio, c'è un'altra ragione per cui puntare a giugno: i conflitti di attribuzione. Spostando il termine in avanti, infatti, non è detto che il quesito rimanga unico, dato che la partita è ancora aperta. Intanto c'è grande attesa anche per il pronunciamento della Corte Costituzionale sul conflitto di attribuzione sollevato da sei regioni. I promotori del referendum, infatti, sperano che per allora la Corte Costituzionale riesca a pronunciarsi sul conflitto sollevato da sei regioni (Basilicata, Sardegna, Veneto, Liguria, Puglia e Campania) contro il Parlamento. Il ricorso ha l'obiettivo di riabilitare due quesiti referendari che erano stati dichiarati non ammissibili dalla Corte di Cassazionee che riguardano la durata dei permessi e il piano delle aree. Secondo i No Triv, sono stati fatti decadere dal governo "cancellando la norma che prevedeva il piano delle aree". La Corte Costituzionale dovrà prima stabilire se il conflitto di attribuzione è ammissibile. "In caso positivo - spiega di Salvatore - si potrebbe chiedere al governo e al capo dello Stato di aspettare la decisione nel merito per, eventualmente, accorpare i quesiti". Nel frattempo in Croazia il nuovo premier Tim Oreskovic ha annunciato una moratoria al progetto di esplorazione ed estrazione degli idrocarburi in Adriatico. Il governo uscente del socialdemocratico Zoran Milanovic aveva rinviato al dopo-elezioni il progetto delle trivellazioni in Adriatico per la forte opposizione all'idea da parte di una larga fetta dell'opinione pubblica. Una scelta politica? Senz'altro. Ma motivata anche dal basso prezzo del petrolio e dalla conseguente rinuncia ad investire da parte di alcune multinazionali. Una scelta che in Italia fa molto discutere.