Un libro e una raccolta fondi per ricordare Shazad, ucciso a Tor Pignattara

28/01/2016 di Redazione
Un libro e una raccolta fondi per ricordare Shazad, ucciso a Tor Pignattara

Shazad era un ragazzo pakistano di ventotto anni, morto perché straniero, sotto le botte di un adolescente razzista e violento incitato dal padre che gridava "Ammazzalo! Ammazzalo!". Il delitto si è consumato a Tor Pignattara, quartiere romano di confine, che è diventano il simbolo più recente della trasformazione della città, sempre più multietnica. È il quartiere della scuola elementare Pisacane, dove tempo fa una classe di prima elementare ospitava solo due alunni italiani e tutti gli altri stranieri e che per questo è stata oggetto delle proteste del leghista Borghezio, scacciato da un gruppo di mamme in difesa della sana multiculturalità della scuola frequentata dai loro figli. È qui che la sera del 18 settembre 2014 il ragazzo pakistano muore sotto i calci e i pugni di un minorenne romano, incitato dal padre che sarà arrestato pochi giorni dopo, accusato di concorso e istigazione all'omicidio. La morte di Shazad è il prologo di una stagione, quella dei pogrom razzisti nelle periferie romane, delle scoperte su Mafia Capitale, delle convulsioni politiche che scuoteranno a lungo la città. La famiglia di Shazad non è sola. A seguire il processo, affiancando la famiglia c'è l'associazione Progetto Diritti, con l'avvocato Mario Angelelli,  che ha promosso, assieme al comitato Singh Mohinder,  un'iniziativa di raccolta fondi per sostenere la famiglia in questo difficile percorso, al circolo Arci Sparwasser del Pigneto, il 27 gennaio. In occasione dell'iniziativa è stato presentato anche il libro di Giuliano Santoro che racconta la vicenda, "Al Palo della morte. Storia di un omicidio in una periferia meticcia", edito da Edizioni Alegre. "Al palo della morte", come nel film "Un sacco bello" il personaggio interpretato da Carlo Verdone definisce il luogo di estrema periferia dove ha appuntamento con un amico. Quell'estrema periferia che oggi è Tor Pignattara, non tanto per la collocazione geografica, quanto per la concentrazione di disagio sociale con cui il quartiere, suo malgrado, si trova a fare i conti. Si tratta di una borgata con una strana commistione fra piccoli palazzi di una Roma sparita, i resti dell'acquedotto romano e grandi palazzoni sopraffollati. Una zona che ha il più alto inquinamento elettromagnetico della città e la più alta concentrazione di polveri sottili della città. Ma anche il luogo dove i cittadini provano a dare una risposta positiva e a contrastare l'emarginazione e la guerra fra poveri, pur scontando la lontananza delle istituzioni. Il libro di Santoro entra sapientemente fra le vie e indaga fra le gente di Tor Pignattara, e partendo dal caso di cronaca cerca di interrogarsi sulle sorti della città tutta, che in questi isolati sembra contenere molte delle sue contraddizioni.