La Gran Bretagna verso il referendum tratta le condizioni per la permanenza nell'Ue

25/02/2016 di Redazione
La Gran Bretagna verso il referendum tratta le condizioni per la permanenza nell'Ue

Il primo ministro del Regno Unito, David Cameron, ha annunciato che il referendum in cui i britannici dovranno decidere la permanenza o l'uscita del Paese dall'Unione europea si terrà il 23 giugno. I capi di stato dell'Unione, riuniti a Bruxelles, hanno dato il via al negoziato per trovare un accordo che potrebbe permettere al premier Cameron di sostenere la permanenza del Paese nell'Ue. Tuttavia, nonostante proseguano positivamente i colloqui sul negoziato, sei ministri del governo Cameron hanno annunciato che faranno campagna sull'uscita dall'Ue, a favore del cosiddetto "Brexit". Il negoziato era bloccato sostanzialmente su quattro questioni: la durata del cosiddetto 'freno d'emergenza' che permetterebbe a Londra di limitare l'accesso ai benefici del welfare per i lavoratori europei in Gran Bretagna; il meccanismo di indicizzazione degli assegni per i figli che restano nel paese di origine; gli standard europei unici del 'single rulebook' per i requisiti macroprudenziali e le competenze delle authority europee (come Eba e Esma) di controllo su banche, assicurazioni e istituti finanziari; i rapporti tra Eurozona e i paesi che non ne fanno parte, garantendo che non ci sia possibilità di discriminazione dei 19 paesi della moneta unica verso quelli che non ne fanno parte, ma anche nessun potere di veto da parte di questi ultimi verso la maggiore integrazione dell'Eurozona. Le richieste della Gran Bretagna erano state presentate ufficialmente il 10 novembre scorso con una lettera di David Cameron che enumerava i quattro punti della contesa: governance economica, competitività, sovranità e accesso al welfare. Il il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha risposto il 2 febbraio scorso proponendo un accordo "giuridicamente vincolante" che costituirebbe una "interpretazione" del Trattato di Lisbona, per rispondere alle richieste della Gran Bretagna, in accordo con la city di Londra. La proposta finale si compone di una Decisione dei capi di stato e di governo e che è il testo principale al centro del negoziato, più cinque Dichiarazioni annesse (due del Consiglio, tre della Commissione).
Sulla Governance economica, il patto prevede che le authority europee possano continuare ad avere competenze sulla Gran Bretagna, Londra compresa, pur assicurando che i paesi dell'eurozona rispettino il mercato unico e gli interessi dei paesi che non ne fanno parte. Salta all'occhio la volontà della city di Londra di sospendere il welfare per i migranti interni all'Unione Europea, una decisione che segue mesi di polemica contro i migranti dell'Europa del Sud, italiani in testa. Il provvedimento segue mesi in cui l'alto numero di italiani che abitano e lavorano nella city di Londra aveva dominato la cronaca, presentato in alcuni casi come una vera e propria invasione. La Gran Bretagna, che negli ultimi mesi ha respinto con fermezza tutti i tentativi di migrazioni dalla Francia, dove le "giugla" di Calais è diventata il simbolo di questa situazione di stallo ai confini, prosegue l'offensiva contro le migrazioni puntando il dito anche ai cittadini dell'Unione europea. Una richiesta che mette in crisi l'Europa, già alle prese con i molteplici precedenti di chiusura dei confini a danno dei migranti - con la conseguente crisi di Schengen e l'incertezza sulla sua sopravvivenza - mettendo in seria crisi anche il tentativo di mediazione che la Germania e Bruxelles stanno cercando di portare avanti nell'Ue. Infatti, gli ultimi colloqui a Bruxelles avevano palesato l'intenzione di chiudere l'Europa in una fortezza, rafforzando il controllo dei confini esterni (da qui gli aiuti economici alla Turchia) per ridurre l'impatto delle migrazioni extraeuropee dentro i confini dell'Ue e ridurre drasticamente il rischio di una sospensione definitiva del sistema Schengen, che prevede la libera circolazione dei cittadini entro i confini europei. Con il sì alla richiesta della Gran Bretagna, si accetta il principio che in situazioni eccezionali la libertà di movimento dei lavoratori possa essere limitata. E l'accesso al sistema di welfare non è una garanzia, ma può essere concesso gradualmente nell'arco di quattro anni, partendo da zero. Londra, in particolare, ottiene che il freno d'emergenza sia applicato per 7 anni, ma non sia retroattivo. E gli assegni per i figli rimasti in patria saranno indicizzati sul reddito del paese di residenza. Una misura che scoraggerà sicuramente coloro che hanno origine in paesi più poveri della Gran Bretagna, il cui costo medio di vita è restrittivo anche per chi proviene dall'Unione Europea, a causa del rapporto di svantaggio dell'Euro con la Sterlina. In un discorso al Parlamento, David Cameron ha messo in fila tutte le argomentazioni utili a sostenere la permanenza del Paese nell'Eurozona: la Gran Bretagna perderebbe l'accesso al mercato libero, con serie conseguenze per l'economia. Secondo la Bbc, sarebbero già 330 i deputati che sostengono chiaramente il Brexit. Resta evidente che, se anche la Gran Bretagna sceglierà di restare nell'Ue, le conseguenze sui cittadini ci saranno. Il precedente sarà imitato. La stessa cancelliera tedesca Angela Merkel aveva tuonato nei mesi scorsi contro il "sozialturismus" che l'applicazione della riforma del lavoro Harzt IV ha reso comunque più restrittivo che in passato. E la notizia di questi giorni è che in Assia, alcune città hanno già annunciato di voler eliminare il welfare previsto per i lavoratori migranti, anche se cittadini dell'Ue.

Insomma, dopo mesi di retorica sull'invasione di migranti per l'ondata di profughi proveniente del Medio Oriente e dall'Africa, l'Europa getta la maschera: i respingimenti riguardano tutti, anche i migranti interni europei.