Ministro Poletti, verso il reddito minimo?

04/02/2016 di Redazione
Ministro Poletti, verso il reddito minimo?

Un sostegno al reddito pari a circa 320 euro al mese per un milione di poveri, accompagnato da un piano per la loro inclusione sociale. Il Ministro delle politiche del lavoro Giuliano Poletti ha presentato il provvedimento definendolo "la via italiana al reddito minimo", optando per uno spostamento semantico che cela le reali caratteristiche e la portata della misura. Il governo ha approvato la scorsa settimana il disegno di legge delega, entro sei mesi dal via libera del Parlamento arriveranno i decreti attuativi. Nel 2017 la riforma dovrebbe partire, ma già da quest'anno potranno essere utilizzati i 600 milioni stanziati nella legge di Stabilità.  La proposta non è esattamente un reddito minimo, ma un più modesto "sostegno di inclusione attiva" (SIA): il sussidio da 320 euro per 280 mila famiglie poverissime e numerose sotto i 3 mila euro di Isee e con figli minori (80 euro a testa, cifra simbolica della politica dei bonus renziani).  L'obiettivo è di fare crescere nel tempo sia l'indennità sia la platea di beneficiari (si comincerà dalle famiglie con minori) fino a coinvolgere tutti i quattro milioni di italiani in condizioni di povertà assoluta. Già il dato numerico relativo ai beneficiari segnala una parzialità preoccupante e l'idea di una politica dei due tempi ("partiamo con un milione, poi estenderemo la misura") non convince.  Di anno in anno le priorità dei governi cambiano, mentre si procede con misure parziali, regolarmente sottofinanziate. In mancanza di un vero reddito minimo, gli altri 9 milioni di poveri «relativi» resteranno esclusi.  Il criterio adottato dal "piano contro la povertà" è ispirato alla categorialità. Una differenza pericolosa che, accompagnata dalla sistematica contrazione dei criteri di accesso ai sussidi, rischia di mantenere le persone nella trappola della povertà. Questa misura, inventata dal governo Letta, è una misura assistenziale e per nulla universalistica di sostegno al reddito, oggi viene allargata introducendo una serie di obblighi che ne vincolano l'ottenimento. Fra questi, mandare i figli a scuola o accettare un'occupazione. Dunque il modello scelto dal governo per le nuove politiche di contrasto alla povertà, avviate con la legge di Stabilità 2016, non è quello di un reddito minimo di cittadinanza quanto piuttosto di un sostegno complessivo alla persona finalizzato soprattutto al suo inserimento lavorativo, sostegno che però include anche interventi altrettanto importanti, una serie di servizi ritagliati su misura per riscattare il beneficiario dallo stato di bisogno che lo confina a una condizione di esclusione sociale. Si potrebbe anche dire, tuttavia, che questa misura sia ispirata a un'idea autoritaria del welfare, il cosiddetto "welfare-to-work" o "workfare". Un'idea che il Governo Renzi sta portando avanti in tutte le misure relative al lavoro, a partire dalla riforma Jobs Act.  Il provvedimento presentato dal Ministro Poletti, se da un lato si prefigge di sostenere le famiglie in difficoltà, dall'altro prevede meccanismi che rischiano di introdurre un controllo esterno delle famiglie. Tra l'altro, il provvedimento inserisce i privati nel contrasto alla dispersione scolastica. Ci sarebbe un fondo da 150 milioni stanziato da fondazioni bancarie. L'intervento protrebbe però anche tener conto a 360 gradi delle esigenze della persona in difficoltà economica, che può non essere in condizione di lavorare perché per esempio ha molti figli piccoli: le famiglie con un solo genitore e con più di tre figli, in base ai dati Istat, sono tra quelle più esposte al rischio di povertà. Il progetto "su misura" si avvale non solo dei servizi pubblici, ma anche dell'eventuale supporto delle associazioni del Terzo Settore che già operano sul campo, è stato ricordato dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti nella conferenza stampa seguita al Consiglio dei ministri. Anche sul piano monetario, il sostegno economico previsto dal Governo resta comunque distante dall'essere una forma reddito minimo: l'articolo 34 della Carta di Nizza lo ha fissato al 60% del reddito mediano procapite. Per parlare di reddito minimo, si sarebbe dovuto prevedere un importo di più del doppio di quanto stabilito dal SIA: si andrebbe dai 630 ai 780 euro. Importi non a caso stabiliti da due disegni di legge sul reddito minimo, ormai dimenticati: quello di Sel (frutto di una campagna dei movimenti di base pro-reddito) e quello del Movimento 5 Stelle, impropriamente definito "reddito di cittadinanza".