Attentati a Bruxelles, il cuore dell'Europa si scopre ancora vulnerabile

24/03/2016 di Redazione
Attentati a Bruxelles, il cuore dell'Europa si scopre ancora vulnerabile

La mattina del 22 marzo la capitale dell'Unione europea Bruxelles è stata scossa da tre attentati dinamitardi: diverse esplosioni si sono verificate nell'aeroporto cittadino Zaventem, devastando la sala partenze internazionali e uccidendo 14 persone, mentre altre ottanta sono rimaste ferite gravemente. Un'ora dopo sono scoppiati ordigni in metropolitana, tra le stazioni di Maelbeek e Schuman, nel cuore del quartiere che ospita le istituzioni Ue. In questo caso le vittime confermate sono 20. In totale negli attacchi di oggi hanno perso la vita 31 persone e sono rimaste ferite 230 persone, tra cui tre italiani. La città, sotto choc, è rimasta paralizzata per ore. Bloccato il traffico cittadino e numerosi mezzi militari sono stati dispiegati nelle strade. L'attentato arriva a pochi giorni dall'arresto di Salah Abdeslam a Molenbeck, il quartiere dov'era cresciuto e che l'avrebbe protetto per quattro lunghi mesi dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre scorso. Abdeslam era l'ultimo ricercato per quella strage, nonché l'unico attentatore sopravvissuto e chiave di volta nelle indagini delle procure di Bruxelles e Parigi per provare a sgominare la rete europea di affiliati a Daesh (o Isis), l'organizzazione terroristica di matrice islamica che ha fondato il suo Califfato tra le macerie della Siria. Mentre da più parti si invoca una maggiore stretta sulla sicurezza e un lavoro più incisivo dell'intelligence nello sgominare anche la rete dei cosiddetti fiancheggiatori, è ytornata alla ribalta quella schiera di politici e di commentatori pronti a tracciare un filo rosso tra l'insorgere di frange radicali e omicide e la pressione migratoria ai confini dell'Europa. Così gli appelli alla sicurezza si trasformano spesso in appelli ai respingimenti e alla chiusura totale delle frontiere. Questi parallelismi, tanto facili quanto infondati, ci sentiamo di respingere con forza. La crisi che sta vivendo l'Europa, in conseguenza alla crisi ben più grave determinata dai conflitti in Medio Oriente, soprattutto in Siria, rende necessaria una riflessione. Fa pensare la foto, che ha già fatto il giro del mondo, del bambino (presumibilmente siriano), bloccato a Idomeni, sulla frontiera fra Grecia e Macedonia, ritratto con il cartello "Sorry for Brussels". A quella foto ha fatto eco una commovente vignetta di Mauro Biani, pubblicata il 23 marzo sul Manifesto, in cui il cartello muta in "Sorry for Europe".Ci sentiamo, dunque, di fare nostre le parole del Centro Astalli, sentendo come nostre anche"l'urgenza e la responsabilità di ribadire, ancora una volta, che non si è mai al sicuro sicuro in una società cui in cui giustizia e dignità non sono universalmente garantiti. Questo ce lo dimostrano ogni giorno i rifugiati che accogliamo (…). Odio non generi altro odio. Forti dei valori su cui fonda la nostra civiltà e con ancora più determinazione di prima chiediamo ai governanti di costruire ponti perché è ampiamente dimostrato che i muri non servono. La pace si costruisce insieme. Altra via non è data".