Referendum trivelle: le ragioni del Sì e del No

31/03/2016 di Redazione
Referendum trivelle: le ragioni del Sì e del No

Il 17 aprile prossimo i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimere il proprio parere su occupazione, inquinamento, ambiente e politiche energetiche. Sono questi i temi che ruotano attorno al quesito proposto, promosso da nove Regioni e da un rete di comitati territoriali, chiamerà i cittadini a esprimersi sulle concessioni date ai petrolieri per effettuare trivellazioni al largo delle coste italiane. Il nodo principale è che, nonostante il divieto di concessione di effettuare ricerca e prospezione  o coltivazione di petrolio e gas entro le 12 miglia dalla costa, in alcune aree le società continuano indisturbate le loro attività. Lo consente il comma 17 dell'articolo 6 del decreto legislativo 152 del 2006, sostituito dal comma 239 dell'articolo 1 della legge di Stabilità (del 28 dicembre scorso) che permette a chi ha già ottenuto una concessione di rinnovarla continuando l'attività "per la durata di vita utile del giacimento". Se prima le concessioni di coltivazione avevano una durata di 30 anni (prorogabile per periodi di 10 e 5 anni) e i permessi di ricerca di 6 anni (anche questi prorogabili), la legge di Stabilità ha  di fatto decretato che i titoli già rilasciati non abbiano più scadenza. Ovviamente, le società sono ben contente di poter trarre il massimo beneficio da un investimento tanto costoso quanto l'installazione degli impianti, anche se questi non producono livelli elevati di materia prima: esistono una serie di franchigie che permettono alle  royalties di non pagare le tasse se producono meno di 20 mila tonnellate di petrolio su terra e meno di 50 mila tonnellate in mare. Petrolio che, però, rivendono a prezzo pieno. Se si superano le soglie, ecco che scatta un'ulteriore detrazione di circa 40 euro a tonnellata, consentendo di pagare solo il 7% delle royalties dopo le prime 50mila tonnellate di greggio estratto e neppure per intero. Chiaro che per le società petrolifere smantellare gli impianti costerebbe molto più che mantenerli in vita, soprattutto in virtù di tutte queste agevolazioni. Il Sì "per fermare le trivelle", come recita lo slogan principale della campagna dei promotori, in realtà non scongiura la possibilità di costruire nuovi impianti entro le 12 miglia dalla costa, se questa è prevista nel programma originario delle concessioni già rilasciate. Infatti sia in Sicilia che in Abruzzo, le società operanti nella zona stanno pianificando la costruzione di nuovi pozzi, sfruttando le concessioni già rilasciate. Votando Sì al referendum, in concreto, i cittadini potranno abrogare quella parte di norma che consente alle società di operare fino all'esaurimento dei pozzi, costringendole a lasciare i giacimenti alla fine delle concessioni, anche se ci fossero ancora petrolio o gas da estrarre.Una vittoria del No, invece lascerebbe la situazione invariata, con le società operanti fino all'esaurimento dei pozzi e con la possibilità di costruire nuove piattaforme per l'estrazione. Stessa sorte se non si raggiungerà il quorum del 50% +1. Se la questione ambientale pesa come un macigno, soprattutto in un paese come l'Italia, in cui le coste non rappresentano solo una ricchezza naturale ma anche una risorsa dal punto di vista dell'economia legata al turismo, al momento le trivelle in funzione significano grossi profitti per chi le gestisce ma anche un discreto numero di posti di lavoro. E si ripropone l'annosa questione della perdita di posti di lavoro di fronte alla minaccia di danni ecologici che potrebbero avere dimensioni catastrofiche. La questione ha diviso anche i sindacati, ma dal fronte del Sì gli argomenti non mancano: intanto, il risultato positivo del referendum non determinerebbe comunque la chiusura immediata degli impianti, ma in un arco di tempo che potrebbe arrivare fino a 11 anni. Inoltre, considerando le dimensioni dei giacimenti, è possibile affermare che gli impianti italiani abbiano superato già di molto il picco di produzione, e in diverse aeree. Dal fronte del No, invece, si evoca l'illustre passato di Eni e si chiama in causa il ruolo che la società ha avuto nel generare ricchezza nel paese e nel produrre investimenti a catena.Divisione c'è anche sulle possibili ricadute ambientali: i sostenitori delle trivellazioni rassicurano sulle misure di sicurezza. Ma un incidente non si può mai escludere, soprattutto in un territorio soggetto a movimenti sismici frequenti come quello italiano. Pesa ancora il ricordo della centrale nucleare di Fukushima, in Giappone, il cui disastro arrivò poco prima di un'altra importante giornata referendaria sui temi ambientali, nel 2011. Quel disastro portò il governo Berlusconi, allora in carica, a rivedere i provvedimenti sulla reintroduzione del nucleare in Italia, facendo cadere il quesito che ne proponeva l'abrogazione. Lo scontro proseguirà fino al 17 aprile. Se, ovviamente, il petrolio e il gas costituiscono una ricchezza nel nostro sistema economico, dai comitati promotori del Sì arriva l'appello affinché l'Italia colga l'occasione per il rinnovamento. La vittoria del Sì non comporterebbe la chiusura immediata degli impianti di trivellazione, ma sarebbe una scadenza concreta entro i quali fare i conti con la necessità di pianificare una nuova politica energetica, che investa su una sempre maggiore centralità delle fonti energetiche rinnovabili. Creando posti di lavoro e ricchezza sostenibile.