Settant'anni dal suffragio universale: l'8 marzo per ricordare le lotte per i diritti

07/03/2016 di Redazione
Settant'anni dal suffragio universale: l'8 marzo per ricordare le lotte per i diritti

Alla vigilia della Giornata Internazionale della Donna, come di consueto, si coglie l'occasione per fare il punto sulla strada percorsa dalle donne in tema di diritti e riconoscimenti.
Quest'anno si celebrano i settant'anni dal riconoscimento del diritto di voto attivo e passivo per le donne in Italia. Un diritto riconosciuto solo nel 1946, in ritardo rispetto ad altri paesi europei, ma non solo: al momento del suo riconoscimento in Italia, le donne potevano già recarsi alle urne in Turchia, Mongolia, Filippine, Pakistan, Cuba e Thailandia.
Anche se la conquista di questo diritto è arrivata relativamente tardi, molta strada è stata percorsa dalle donne nel nostro Paese al fine del suo ottenimento: già dal Risorgimento italiano ci fu qualche tentativo di riconoscimento del diritto di voto alle donne, con diverse petizioni delle donne agiate del nord Italia e qualche tentativo di legge, seppur fallimentare. Come accadde tra Ottocento e Novecento nelle altre nazioni del mondo in cui furono attivi movimenti suffragisti, la strada per la conquista femminile del diritto di voto si inserì in Italia in un complesso iter che segnò via via il ridimensionamento degli elementi di discriminazione presenti nelle leggi vigenti. Uno dei più vistosi fattori di diseguaglianza che il Regno d'Italia ereditò dalla precedente legislazione sabauda era il principio dell'incapacità giuridica della donna, cui era connessa la cosiddetta tutela maritale. Quest'ultima significava ad esempio la necessità dell'assenso del marito per decisioni come donare, ipotecare, acquistare o alienare i propri beni, o obbligarsi per tutti gli atti che eccedevano l'ordinaria amministrazione . Nonostante ciò, grazie alle pressioni dei nascenti movimenti suffragisti femminili e al protagonismo pubblico che le donne avevano cominciato ad assumere col Risorgimento (pensiamo ad Anita Garibaldi, a Cristina di Belgiojoso, a Bianca Mileti, a Carmelita Manara....) alle donne erano state riconosciute alcune funzioni pubbliche di rappresentanza nei luoghi di lavoro e nelle Camere di Commercio.
La presa del potere di Mussolini e del suo movimento fascista frenò il passo alla parità dei diritti, poiché l'ideologia del regime riteneva incompatibile con la natura stessa della donna l'esercizio di una vita pubblica. Così la storia del voto alle donne si lega indissolubilmente a quella della Liberazione dal nazi-fascismo, delle formazioni partigiane e dei governi retti dai Comitati di Liberazione Nazionale. Il suffragio femminile fu formalmente riconosciuto il 31 gennaio 1945 dal Consiglio dei Ministri con un decreto legislativo luogotenenziale, e inserito poi nella Costituzione entrata in vigore il 1 gennaio 1946. Nel decreto non era tuttavia prevista l'eleggibilità delle donne, che sarà introdotta il 10 marzo 1946. In attesa del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, nell'aprile 1945, si era intanto insediata la Consulta, il primo organismo politico nazionale in cui entrarono 13 donne, invitate direttamente dai partiti, cui fu affidato il compito di elaborare una legge elettorale per l'Assemblea costituente, nella quale sedettero le prima 21 parlamentari donne d'Italia, detto a ragion veduta "Madri costituenti". Molte di loro provenivano dalla Resistenza, e avevano pagato il loro impegno anche col carcere sotto il fascismo.
Le 21 madri costituenti erano composte da 9 parlamentari della Democrazia Cristiana (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio), da 9 parlamenti del Partito Comunista Italiano (Adele Bej, Nadia Gallico Spano, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi), da 2 esponenti del Psiup (Angelina Merlin e Bianca Bianchi) ed una del partito dell'Uomo qualunque (Ottavia Penna Buscemi). Cinque di loro presero parte alla "Commissione dei 75" invaricata di redigere la Carta Costituzionale: Maria Federici, Angela Gotelli, Tina Merlin, Teresa Noce e Nilde Jotti. Quest'ultima sarà anche la prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei Deputati.
Al riconoscimento del diritto di voto ne seguirono altri che rivoluzionarono il ruolo della donna nella società: si è dovuto aspettare il 1963 per vedere aboliti l'esclusione delle donne dagli uffici pubblici e il diritto del marito di picchiare la propria moglie. L'adulterio ha cessato di essere un reato solo nel 1968: fino a quel momento, una donna poteva rischiare il carcere qualora fosse stata accertata la sua infedeltà coniugale. Nel biennio 1970 -71 si è arrivati, finalmente, alla legge che disciplina il divorzio di una coppia sposata: nonostante le resistenze del mondo cattolico e della Democrazia Cristiana, quel diritto sopravvisse anche al tentativo di referendum abrogativo di qualche anno più tardi: segno che spesso le leggi sono più in ritardo della mentalità e dei costumi della popolazione di un paese.
Negli stessi anni cominciò a circolare la pillola anticoncezionale, strumento indispensabile dell'autodeterminazione femminile e sul controllo delle nascite. Nel 1978 fu approvata anche la legge 194 per il diritto all'aborto, dopo anni di mobilitazione sul tema da parte dei movimenti femministi, dei gruppi extraparlamentari e di alcune formazioni politiche impegnate nel riconoscimento dei diritti civile, il Partito Radicale in testa.
Il delitto d'onore per i mariti traditi e il matrimonio riparatore furono aboliti solamente nel 1981: fino a quel momento, un marito tradito aveva potuto godere del diritti di farsi giustizia da sé in caso di tradimento coniugale, o di sposare una donna che aveva violentato per riparare alla violenza stessa. Solo 1996, tra l'altro, la violenza sessuale è diventata violenza ai danni della persona e non alla morale, come disciplinava la legge precedente.
Sul tema dei diritti sul lavoro, solo nel 1977 sarà riconosciuta la parità salariale fra uomini e donne. Ancora oggi, le pari opportunità sono ben lungi dall'essere raggiunte: a oggi le donne guadagnano in media il 10,9% dei colleghi uomini, secondo quanto rilevato dal rapporto "Gender Gap Report 2016" dell'Osservatorio JobPrincing. Dal 2004 ai 2014 le donne sono aumentate sia tra i dirigenti che tra i quadri e sono oggi il 38% degli occupati in posizioni manageriali, anche se continuano ad essere inquadrate in maggioranza come impiegate (58%); gli operai sono nei due terzi uomini, spesso a causa della tipologia di lavoro svolta. Secondo lo studio, Gli ultimi anni hanno visto un cambiamento nel mix della popolazione occupata, con un aumento della quota di donne laureate. Ciononostante, gli uomini laureati continuano a percepire mediamente stipendi più elevati del 33% e il divario tra i sessi scende solo quando si paragonano le retribuzioni di persone con titoli di studio più bassi.