Francia: piazze gremite contro la riforma del lavoro che si ispira al Jobs Act

07/04/2016 di Redazione
Francia: piazze gremite contro la riforma del lavoro che si ispira al Jobs Act

Un milione di persone si è riversato nelle strade di diverse città francesi il 31 marzo per esprimere il rigetto a la "legge sul lavoro" del governo Hollande. Già il 9 marzo, circa 500mila persone avevano marciato per le strade di più di 250 città. Si tratta di una mobilitazione popolare nazionale, in fase di costruzione e crescita, dei giovani, degli anziani, dei lavoratori dipendenti, degli studenti delle scuole superiori, degli univesirtari, dei disoccupati. Nonostante lo stato d'emergenza prorogato dal presidente Hollande, nonostante la vicinanza con gli attentati all'aeroporto Bruxelles e la forte repressione attuata dalle forze dell'ordine già dai primi tentativi di mobilitazione un mese fa, il movimento con la Loi Travial, la riforma del lavoro firmata dalla ministra francese per il lavoro Myriam El Khomri, non ha perso forza e anzi, è cresciuto nei giorni. La Loi Travail è di fatto, l'occasione per distruggere, nero su bianco, le conquiste e i diritti ottenuti col Codice del lavoro, che fino a oggi aveva rappresentato il quadro normativo di riferimento per i contratti lavorativi. Con la proposta di El Khomri, la gerarchia si inverte: i diritti sociali sono subordinati al "buon funzionamento dell'impresa" dando il via libera ad accordi salariali senza garanzie, alla possibilità di licenziare senza essere soggetti ad alcuna disposizione regolamentare. Si abbandonano le 35 ore, si potrà lavorare di più guadagnando di meno e se i profitti si riducono, il datore di lavoro potrà rivedere al rialzo l'orario di lavoro e al ribasso la remunerazione annuale. È l'istituzione della precarizzazione a vita di tutte le condizioni di lavoro. Per questo è facile comprendere la reazione energica che ha provocato nel mondo del lavoro e nei giovani. La risposta era scontata, dato che già dai sondaggi il governo era cosciente che il 70% dei francesi era contrario al disegno di legge. La protesta ha preso il via con il tam tam generato da una petizione sul web per chiedere il ritiro della legge, che ha raggiunto in pochissimo tempo oltre il milione di firme. Da circa un mese le scuole e le università sono in agitazione e in numerose città della Francia ci sono state manifestazioni di protesta molto partecipate. 1 milione e 200 mila francesi sono scesi in piazza per lo sciopero generale, 40 mila a Parigi, 30 mila a Lione, 20 mila a Tolosa, migliaia di persone in strada in tutti i centri piccoli e grandi della Francia. Il porto di Rouen bloccato per ore, ferrovie e autostrade ferme, scontri a Rennes e Parigi dove in centinaia si sono radunati di notte a Place de la Repubblique nonostante la pioggia incessante.
Dalla manifestazione del 31 marzo la Francia si è fermata. "È il 36 marzo oggi", dicono i manifestanti. Il tempo si conta da quando è iniziata l'occupazione di Place de la Repubblique, negli ultimi mesi diventata il simbolo della democrazia e del rifiuto del terrorismo, dove visitatori e capi di stato hanno lasciato gli omaggi floreali e i messaggi di cordoglio per le vittime delle stragi che hanno sconvolto il Paese e l'Europa. Quella piazza che, proprio per effetto delle leggi d'emergenza, sarebbe vietata ai manifestanti. La reazione della polizia è stata molto dura: frequenti scontri si sono registrati fra i manifestanti e le forze dell'ordine, che hanno esercitato la forza deliberatamente anche a danno di studenti inermi. Ha fatto il giro dei social network il video che mostrava il pestaggio di una giovanissima liceale di Parigi, manganellata in pieno volto da un agente di polizia mentre era già immobilizzata. Un gesto che ha provocato l'assalto al vicino commissario e che ha indignato l'opinione pubblica: il giornale Liberatiòn ha creato una banca dati per raccogliere gli abusi di polizia e denunciarli pubblicamente.
Una grande lezione, quella che arriva dalla Francia in questi giorni: quella di un movimento che sta sfidando la paura e la reazione dei governi europei, che di fronte alla minaccia terroristica provano a sfruttare la situazione per imporre politiche distruttive, che aggraverebbero il prezzo della crisi politica, economica e umanitaria che scuote le fondamenta democratiche dell'Europa.