Lettera del Viminale a Bruxelles: serve accelerazione rimpatri e nuovi punti di identificazione

09/06/2016 di Redazione
Lettera del Viminale a Bruxelles: serve accelerazione rimpatri e nuovi punti di identificazione

Gli sbarchi e i decessi in mare delle ultime settimane hanno messo in crisi il sistema che per ora si fonda su quattro hotspot (Lampedusa, Trapani, Pozzallo e Taranto). Una lettera, inviata dal Viminale direttamente a  Bruxelles e firmata dal capo del Dipartimento Immigrazione Mario Morcone e dal capo della polizia Franco Gabrielli , annuncia l'apertura di due nuovi hotspot a Pozzallo e a Lampedusa oltre all'attivazione di altre sei strutture mobili pronte ad intervenire con procedure di identificazione e foto segnalamento nei principali porti di sbarco (Cagliari, Reggio Calabria ed altre 4 località). Previsti inoltre nuovi hotspot di "secondo livello" destinati al rimpatrio dei migranti. I luoghi di identificazione complessivi passeranno così da 1.600 a 2.800 nella penisola italiana.
Si tratta di un tentativo di risposta alla minaccia della Commissione Europea di  "procedura d'infrazione" per l'Italia. Dopo aver dichiarato fallita  l'agenda Junker sui ricollocamenti in Grecia ed in Italia - appena 1.500 trasferimenti a fronte dei 160 mila previsti per la fine del 2017- la Commissione ha infatti puntato il dito contro l'operato delle politiche migratorie italiane ed i mancati ricollocamenti. Si riaffaccia l'ipotesi, chiarita all'interno della lettera negli aspetti tecnici e nelle  modalità di accoglienza all'interno del quadro legale delle operazioni, dei punti di crisi galleggianti precedentemente scoraggiati sia dall'UE che dal Premier Renzi. Si tratterebbe, secondo le dichiarazioni del Ministro Angelino Alfano dei mesi scorsi, di veri e propri "hot spot galleggianti" finalizzati ad ammortizzare, nel caso di flussi consistenti, il numero dei profughi sulla terra ferma.
Numerose le vertenze portate avanti in questi mesi da parte delle tante realtà che si occupano dei diritti umani riguardo le procedure di identificazione e la poca trasparenza su ciò che, all'interno di questi centri, avviene. Se si prova ad immaginare cosa comporterebbe per un migrante passare da un barcone ad una nave militare per procedere direttamente con l'interrogatorio di identificazione senza la possibilità di toccare la terra ferma (e quindi di poter accedere alle cure psico-fisiche necessarie al caso) probabilmente la sensazione di sdegno potrebbe apparire naturale.
L'Italia intanto chiede a Bruxelles di accelerare la relocation e di proseguire con il numero dei rimpatri finanziati dall'Europa con dei voli per coloro ai quali viene negata la possibilità di rimanere sul territorio Nazionale. Una macchina, quella dell'accoglienza, che nonostante il numero crescente di decessi in mare e le dichiarazioni di buoni intenti, stenta a trovare il suo equilibrio e nella quale, appare ormai chiaro, si è persa la cartina geografica. Se da una parte l'intenzione delle politiche messe in campo è quella di metter al sicuro coloro i quali avrebbero diritto ad una protezione secondo Dublino, dall'altra il numero delle persone pronte ad attraversare il mare appare sempre importante e, che si tratti di migrante economico o meno, non si può rimanere in silenzio riguardo l'assenza di piani paralleli a salvaguardia del diritto umano.